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Economia

L’inventore che ci avrebbe liberato dal petrolio.

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In un momento in cui si parla tanto di energie rinnovabili torna di grande attualità una vicenda importantissima, quella che probabilmente sarebbe stata un pietra miliare in campo scientifico con risvolti economici colossali. Parliamo dell’inventore statunitense Stanley Meyer. Era dal 1975 che Meyer “osservava” l’acqua con occhi diversi pensando alle sue potenzialità come combustibile, proprio ad un anno dalla fine dell’embargo petrolifero arabo che aveva innescato un forte amento dei prezzi del gas.Dopo 20 anni di ricerche condotte personalmente Meyer riuscì a modificare la sua Dune Buggy facendogli percorrere in media 40km con un litro di acqua. Stanley Meyer, che non era nè un chimico nè un fisico e non era neppure laureato, aveva infatti inventato una cella a combustibile ad acqua che divideva l’acqua nei suoi due componenti, idrogeno e ossigeno, utilizzando poi l’idrogeno come combustibile per generare l’energia cinetica necessaria per muovere la sua Dune Buggy. Meyer aveva trovato anche due investitori belgi ed era stato supportato negli anni impiegati nella ricerca dal fratello Stephen Meyer. Ma allora perché utilizziamo ancora la benzina, il gas, il gasolio?Semplice..questione, come potete facilmente immaginare, di interessi economici.Che fine ha fatto l’auto di Meyer e soprattutto dov’è Meyer?Le dichiarazioni di Stanley Meyer circa la sua invenzione lo portarono in tribunale davanti alla corte dell’Ohio nel 1996, dove vennero artificiosamente etichettate come fraudolente.

Fonte : IlBlazer.com
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Attualità

Coldiretti Campania:”Con l’aumento delle tariffe luce e gas, aumentano i costi di produzione del cibo”

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MASIELLO: “CAMPI E STALLE IN SOFFERENZA, RIVEDERE ACCORDI DI FILIERA”

Schizza verso l’alto il costo di produzione del cibo con una pericolosa spirale che rischia di strozzare le aziende agricole. È quanto denuncia Coldiretti Campania, registrando il preoccupante boom dei costi dell’energia, che si scarica solo sulla prima parte della filiera agroalimentare. Per le operazioni colturali gli agricoltori – spiega Coldiretti – sono stati costretti ad affrontare rincari dei prezzi fino al 50% per il gasolio necessario per le lavorazioni dei terreni, senza dimenticare l’impennata del costo del gas, utilizzato nel processo di produzione dei fertilizzanti, ha fatto schizzare verso l’alto i prezzi dei concimi, con l’urea passata da 350 euro a 850 euro a tonnellata (+143%). L’aumento dei costi investe duramente anche l’alimentazione del bestiame e il riscaldamento delle serre per ortaggi e fiori.

“Non possiamo reggere un’altra tempesta – denuncia Gennarino Masiello, presidente Coldiretti Campania – generata da una spirale che sta già colpendo pesantemente le aziende agricole e gli allevamenti. Da un lato cresce il costo dell’energia, che trascina tutto il resto e che aumenta notevolmente i costi di produzione del cibo, dall’altra l’inflazione galoppante restringe la propensione alla spesa alimentare delle famiglie, già provate da due anni di pandemia. Questa doppia pressione si sta scaricando verso il basso, verso gli anelli deboli della società e della filiera produttiva. Agricoltori e allevatori stanno pagando di tasca propria l’impennata dei costi, costretti a vedere crollare i propri margini. Una situazione che non può reggere a lungo e che rischia di deflagrare. Occorrono interventi urgenti ed efficaci dal governo alla regione, riaprendo subito i tavoli sulla contrattazione nelle filiere agroalimentari, dove ancora oggi vi sono squilibri di relazioni e remunerazioni. Se le famiglie e gli agricoltori soffrono, non ci può essere chi fa il furbo e si arricchisce sul bisogno primario di mangiare.”

I rincari dell’energia – conclude la Coldiretti – hanno dunque un impatto devastante sulla filiera, dal campo alla tavola, in un momento in cui con la pandemia da covid si è aperto uno scenario di accaparramenti, speculazioni e aumenti dei prezzi di beni essenziali. Il comparto alimentare richiede ingenti quantità di energia, soprattutto calore ed energia elettrica, per i processi di produzione, trasformazione, conservazione dei prodotti di origine animale e vegetale, funzionamento delle macchine e climatizzazione degli ambienti produttivi e di lavoro. Si tratta di una bolletta energetica pesante, nonostante nel tempo l’agricoltura abbia fatto grandi passi in avanti per il contenimento dei consumi energetici.

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Attualità

Confesercenti, Marinelli: i saldi opportunità per commercio irpino, ma prospettiva resta complicata senza interventi di rilancio economico

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«I saldi sono un’opportunità di rilancio per il commercio di prossimità irpino, ma l’effetto combinato della risalita dei casi di Covid e l’aumento dei costi energetici frenano la ripresa». Ad affermarlo è Giuseppe Marinelli, presidente della Confesercenti provinciale di Avellino.

«Le rilevazioni sul commercio al dettaglio – ha proseguito il dirigente dell’associazione di categoria – ci restituiscono un quadro con alcune ombre: mentre i dati tendenziali, riferiti allo scorso anno, sono decisamente positivi, perché hanno come raffronto la grave situazione determinatasi a novembre 2020, i dati a breve termine al contrario fanno segnare una flessione, che rischia di accentuarsi ulteriormente. L’incertezza, insomma, torna a pesare su famiglie ed imprese. A creare tale clima, con effetti negativi sull’economia locale, come nel resto del Paese, sono l’aumento dei prezzi, che ha generato una spinta inflattiva, e la nuova impennata dell’epidemia, con le conseguenti restrizioni, che pesano soprattutto su alcuni comparti. Appare, quindi, quanto mai necessario, come propongono i vertici nazionali di Confesercenti, mettere in campo nuovi interventi “taglia-bollette” e spingere sulla campagna di vaccinazione, per scongiurare limitazioni delle attività che avrebbero una ricaduta economica pesantissima sul 2022, pensando comunque, anche con il contributo degli enti del territorio, a sostegni per i settori che già avvertono l’impatto negativo».

«In questo quadro così delicato – ha concluso Marinelli – i saldi possono fungere da contrappeso per il comparto del commercio non alimentare ed in particolare per le piccole attività di vicinato, che costituiscono un valore aggiunto in termini di relazione sociale per i nostri centri abitati, grazie al rapporto diretto tra venditori e clienti, anche se purtroppo tali attività sono le più esposte alla crisi. E proprio per queste ragioni, vanno maggiormente salvaguardate».

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I bambini meridionali valgono meno di quelli del Nord

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È andata. Nel silenzio assoluto dei media, è passato, con il bilancio approvato la fine dell’anno scorso, il progetto di regionalismo differenziato, promosso dalla destra leghista di Fontana e di Zaia e dalla sinistra padronale di Bonaccini. Hanno messo nella pattumiera i pochi cocci dell’Unità Nazionale, tanto decantata dal presidente Mattarella che, non ultimo, ha taciuto sullo sciagurato disegno, che renderà irreversibile le sperequazioni tra il Nord dotato di servizi ed il Meridione. Per impedire che il progetto cristallizzasse le disuguaglianze, si dovevano approvare dei contrappesi disciplinando i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), mai messi in atto. In tal modo si sarebbero resi erogabili, in misura minima secondo il dettato Costituzione,i diritti di cittadinanza quali: l’istruzione, i trasporti, l’alta velocità, gli asili nido, il tempo prolungato per le scuole dell’infanzia dotate di mense scolastiche, la salute. Diritti, di fatto, negati a 20 milioni di meridionali. Il governo della presunta Unità Nazionale ha dato voce e garanzie solo ai cittadini del Centro-Nord, reputando la restante popolazione non meritevole di essere trattata come italiani e considerando il Sud un corpo estraneo, la palla al piede del Paese, un’area destinata allo spopolamento. Fatto confermato dall’ISTAT e provocato dalle poche nascite, dalla migrazione di circa 100 mila persone annue verso il Nord che offre lavoro e servizi efficienti. Un trend inarrestabile per il prossimo decennio e accolto dal governo come situazione immodificabile che ha, ingiustificatamente, influenzato il contenuto del bando per gli asili nido per la prima infanzia. Infatti si privilegiava l’erogazione delle risorse ai Comuni che potevano sommare i loro fondi a quelli annunciati dal PNRR (cofinanziamento),presenti al Nord, escludendo, di fatto, i Comuni meridionali,quasi tutti in dissesto finanziario. Nel bando successivo è stato eliminato il cofinanziamento ed invece di erogare prioritariamente, ed in maggior misura, i fondi alle Regioni che hanno meno del 33% dei posti negli asili nido, percentuale indicata dall’UE per ridurre le disuguaglianze e favorire le aree con minori servizi per la prima infanzia,presenti non solo nel Meridione, il governo ha elevato questa percentuale al 43,9% (valore dei posti degli asili nido presenti nella Valle D’Aosta), consentendo all’Emilia Romagna e alla Lombardia, che coprono già il 40% del fabbisogno dei bimbi, di ricevere ulteriori risorse. In tal modo è stato   ridotto l’importo da assegnare alla Campania (che copre il fabbisogno di appena il 10% degli aventi diritto) e agli altri territori che, si attestano al di sotto della percentuale del 33% indicata dall’UE. È una vergogna non possiamo sottrarre il futuro ai bambini meridionali.

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