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Il ponte sullo stretto è un volano per lo sviluppo del Sud?

Antonio Bianco

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Dopo decenni di snervanti discussioni ed un progetto cantierabile, ancora oggi, il ponte sullo stretto di Messina divide la politica e la comunità scientifica sulla sua effettiva utilità e fattibilità. Il ponte dovrebbe essere inquadrato nel progetto del corridoio dell’alta velocità che metterebbe in rete il porto di Augusta con quello di Gioia Tauro e Napoli, consentendo il veloce trasferimento dei containers sino nel cuore dell’Europa e facendo concorrenza a Tangeri Med nel Marocco, porto in grande crescita nel trasferimento dei containers. La questione non è: ponte sì o ponte no, ma quale sviluppo economico vogliamo immaginare e programmare per il Meridione in quanto passerella l’ideale nel Mediterranea per gli scambi commerciali con l’Asia e l’Africa.

L’indispensabilità del ponte consentirebbe alla Sicilia ed a tutto il Meridione un nuovo impulso al suo sviluppo socio-economico. Lo conferma l’analisi condotta dall’assessore all’economia della Regione Sicilia Gaetano Armato in collaborazione con l’istituto di ricerca Prometeia sui costi dovuti all’insularità calcolati in circa 6,5 miliardi annui equivalenti a 7,4% del PIL (vedi l’articolo di Nino Amadore, il Sole 24 Ore del 3 maggio 2021). Costi che riducono fette cospicue di mercato e collocano la Sicilia fra i territori con il più alto costo dei trasporti non solo in Italia ma nell’intera UE. Ne consegue la perdita di competitività e dei posti di lavoro, causa ed effetto della fuga dei giovani talenti con lo spopolando dei territori Meridionali. Senza i giovani e la loro forza vitale questa macro area è condanna a diventare una riserva degli indiani senza prospettiva di sviluppo o talenti che possano progettare il futuro, coniugando la tutela dell’ambiente con i diritti di cittadinanza indispensabili per la nascita dei posti di lavoro. La realtà parla di ben altro, il governo non ha inserito il ponte sullo stretto nel PNRR e propone di finanziarlo con il bilancio dello Stato entro il 2030. Magra consolazione che lascia il Sud nelle condizioni attuali mentre il PNRR fornirà risorse finanziarie che ridurranno di ben poco le differenze con il Nord ma lasceranno inalterati i nodi che rendono l’Italia divisa e disuguale, inaccettabile programma di un governo di presunta Unità Nazionale.

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