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Ripartire: per continuare o per fallire? Le criticità nel settore moda al dettaglio

Michelangelo Della Paolera

Pubblicato

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In vista della riapertura nel commercio al dettaglio dei settori, moda, abbigliamento, calzature e accessori, per l’anno 2020 si prevede un calo di fatturato pari almeno al 50%, salvo ulteriori complicazioni. È quanto evidenzia in un comunicato, la Soc. Coop. Consortile IRPINIACOM, attraverso il suo presidente, Lorenzo Lo Conte, le cui considerazioni riportiamo di seguito.

Questo lo scenario che si presenta di fronte alle imprese del settore nei punti vendita: mancati introiti di due mesi di vendita (dal 10 marzo al 10 maggio); previsione di un calo delle vendite almeno del 50% per il resto della stagione primavera – estate (dall’11 maggio a inizio settembre); 4 mesi dell’anno senza introiti (due mesi di chiusura totale, più 4 mesi con fatturato a metà). Si può prevedere con certezza, la riduzione della marginalità netta sulle vendite, fino agli inizi di settembre, a causa della scontistica più marcata, per spingere gli acquisti da parte della clientela finale. Nei restanti mesi, da settembre a dicembre 2020, si prevede una “ripresa” dei consumi molto lenta, con ulteriori cali di fatturato.

A fronte di entrate finanziarie ridotte della metà, le imprese si troveranno nella condizione di dover regolarizzare tutti i pagamenti relativi ai mesi da marzo incluso, in poi: canoni di locazione, energia elettrica, utenze varie, spese generali; dovranno pagare le fatture dei fornitori del prodotto; pagare imposte e tasse, che sono state solo rinviate; pagare rate di mutui, leasing, noleggi anch’essi solo rinviati.

Se, per fare un esempio, continua l’esponente di Irpiniacom, un negozio nel 2019 ha incassato 800.000 euro, e su quella base ha programmato i propri acquisti per il 2020, si troverà un deficit finanziario (fermi restando tutti gli altri costi), di 400.000 euro. Imposte e tasse saranno state “rimandate”, ma rimangono comunque da pagare, così come occorrerà riprendere il pagamento delle rate di mutuo, leasing, noleggi. Riaprire un negozio, con l’aspettativa di continuare l’attività come prima, è pertanto impresa disperata, se non impossibile.

È evidente a questo punto, che l’imprenditore debba ricorrere a uno sforzo importante e trovare le soluzioni che gli potranno permettere di riaprire, con la fondata previsione di riuscire a reggere e superare il ridimensionamento del suo fatturato. Dovrà anche individuare un nuovo “modello di business”, da affiancare a quello esistente e iniziare a percorrerlo perché, “nulla più sarà come prima”! Pertanto, stando alle leggi dell’impresa, a fronte di una riduzione delle entrate dovute ad eventi straordinari, che una volta passati non dovrebbero più ripetersi, è evidente la necessità di operare, da una parte una riduzione dei costi, e dall’altra, una riduzione della merce da immettere nel punto vendita. Si impongono di conseguenza, queste linee di azioni: accordi con i fornitori del prodotto; accordi per la riduzione degli affitti; riduzione dei costi dell’energia e delle altre utenze; rinvio di ogni adempimento fiscale, al marzo – aprile del 2021.

Accordi con i fornitori e proposte

La voce più importante, è senz’altro quella relativa ai prodotti immessi. Quelli riferiti alla primavera estate, sono stati in gran parte già consegnati dalle rispettive aziende fornitrici con relative fatture di acquisto, che sono dunque da pagare.

È necessario realizzare un accordo con i fornitori, per “regolare” la stagione in corso, le forniture già fatte e le eventuali consegne ancora da farsi.

La proposta di accordo con i fornitori finalizzata a “riaprire per continuare”, deve passare attraverso una concertazione con le Istituzioni, meglio, con lo Stato, che deve fare la sua parte. I negozi di abbigliamento, sono stati chiusi per legge dallo Stato, dunque le conseguenze non possono pagarle soltanto le imprese. Occorre che lo Stato, con contributi a fondo perduto, si faccia carico di almeno un terzo dei danni: di un altro terzo riteniamo debbano farsi carico i fornitori: del rimanente, potranno farsi carico le imprese, attraverso forme di “finanziamento liquidità”, già varate dal Governo, sebbene non ancora partite.

Pensare che le imprese possano accendere prestiti per l’intero ammontare del danno subito, equivale a sostenere che le imprese siano già chiuse, per insolvenza e fallimento.

Accordo per la riduzione degli affitti

Il Consorzio Irpiniacom e Confcommercio Ariano, stanno lavorando a una proposta: i proprietari dei locali in affitto, devono a loro volta farsi carico di una collaborazione, finalizzata a scongiurare la chiusura delle attività. Anche le Amministrazioni Comunali dovranno contribuire, azzerando o riducendo le imposte, che gravano sulla proprietà dei locali commerciali.

I costi relativi agli affitti costituiscono una voce importante a carico dell’impresa che, nella situazione attuale ed in prospettiva di breve periodo, non è più sostenibile, a causa del previsto dimezzamento del fatturato dei negozi.

Riduzione dei costi dell’energia e delle utenze

Lo Stato, deve farsi carico dei costi delle utenze dei negozi chiusi dai decreti per l’intero periodo di chiusura. Non è più rimandabile, inoltre, stornare dalle fatture dell’energia elettrica e del gas, quelle voci di spesa che nulla hanno a che vedere con i consumi di energia e che rappresentano oggi il 25-30% delle fatture stesse: le imprese non sono più nella condizione di accollarsi questi “oneri”. È urgente disciplinare seccamente le tariffe delle utenze telefoniche e della rete, diventate incontrollabili e “ballerine”, a totale discrezione delle aziende di distribuzione: è improrogabile fissare un prezzo fisso, come per le mascherine, perché si tratta di un servizio fondamentale.

Rinvio degli adempimenti fiscali a marzo – aprile 2021

Nella condizione descritta, le imprese del settore dovranno fare miracoli per continuare la propria attività. Saranno mesi e forse anni, molto duri, di adeguamento e riposizionamento delle proprie strutture: non realizzeranno utili, salvo rare eccezioni. Per molti mesi, non potranno avere la disponibilità finanziaria per versare imposte e tasse.

Intendiamo avanzare queste considerazioni e le relative proposte, attraverso i rappresentanti nazionali di Confcommercio e della Federazione Moda Italia, affinché nei tavoli permanenti con il Governo, si definiscano i dettagli.

Senza queste possibilità, i negozi che riapriranno, costretti ad accollarsi definitivamente tutti i debiti maturati, saranno destinati a “non continuare” e/o a fallire. Meglio chiudere, si può ragionevolmente affermare, liberandosi da ogni obbligazione di pagamento (la legge lo prevede) per ripartire eventualmente, non appena ce ne saranno le condizioni.

In ogni caso, le imprese che sono consapevoli di non poter far fronte ai debiti già maturati, come innanzi detto, e vogliono liberarsi dagli obblighi di pagamento, hanno la possibilità di far valere il disposto dell’art. 1256 del codice civile: “l’obbligazione si estingue quando, per una causa non imputabile al debitore, la prestazione diventa impossibile”. Tale circostanza, ovvero che la causa non sia imputabile al debitore, non c’è neanche bisogno di dimostrarla davanti al Giudice, in quanto la causa di forza maggiore, è sancita proprio da uno dei DPCM.

Che la prestazione sia diventata impossibile, a nostro avviso, è persino scontato: la situazione sopravvenuta non può essere superata con qualunque sforzo diligente, cui pure il debitore è tenuto (art. 1176 cc).

Pertanto, il debitore che non disponesse di propri mezzi personali, intenzionato ad utilizzare, è tenuto a comunicare al creditore, con le dovute modalità, la sopravvenuta impossibilità ad adempiere ed il conseguente scioglimento del contratto, con l’estinzione dell’obbligo del pagamento.

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