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Luciano Giorgione invita la popolazione arianese ad un’attenta informazione su: Elettrodotti e paure

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Da alcuni anni leggiamo sui giornali, o sentiamo da gruppi di ambientalisti, di una nuova forma di inquinamento che si aggirerebbe nelle nostre case, minacciandoci con radiazioni invisibili ed insidiose, avvelenandoci lentamente, facendoci ammalare di cancro e causandoci insonnia, irritabilità, e forse pure il morbo di Alzheimer.Si tratterebbe dell’elettrosmog, cioè dei campi elettromagnetici generati da tralicci dell’alta tensione e ripetitori radio.
Ma è davvero così? Cosa in effetti si sa sui pericoli per la salute di questi campi? A sentire chi ne parla, il rischio è oramai quasi accertato, e solo poche persone, legate ad interessi economici, osano negarlo. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità li avrebbe addirittura classificati come quarta emergenza sanitaria mondiale. Ma il condizionale è d’obbligo. Se uno va a guardarsi il sito Web dell’OMS, scopre che secondo quest’ultima il pericolo maggiore è costituito dalla paura dei campi, dalla psicosi che nasce da una scarsa conoscenza dei rischi reali. E se si parla con chi se ne occupa, si constata che pochissimi ricercatori considerano questi rischi anche appena probabili.

Cosa sono i campi elettromagnetici
Spiegare in due righe cosa sia un campo elettromagnetico è praticamente impossibile. Spero di riuscire almeno a dare una vaga idea, scusandomi per le imprecisioni e le semplificazioni.
Un corpo carico elettricamente, come può essere un cavo sotto tensione, ma anche una molecola o un elettrone, è in grado di influenzare a distanza altri corpi simili. Quest’influenza si chiama campo elettromagnetico.
Se la carica elettrica è ferma, si parla di campo elettrico, se si muove, come in un filo percorso da corrente, si ha anche un campo magnetico. Se la carica, o la corrente, oscilla, il campo elettrico e magnetico si possono sostenere a vicenda, e propagarsi a distanze considerevoli. In questo caso parliamo di onde elettromagnetiche; la luce è un campo elettromagnetico prodotto in genere dal moto degli elettroni negli atomi, e per suo tramite i nostri occhi possono essere influenzati (vedere) oggetti distanti migliaia di anni luce.
Le onde elettromagnetiche si comportano in modo molto diverso a seconda della loro frequenza, cioè del numero di oscillazioni al secondo (Hertz, abbreviato in Hz) che compie il campo. Si usano spesso i multipli dell’Hz: megaHertz o MHz, pari a 1 milione di Hz, e gigahertz (GHz), pari a un miliardo di Hz. La luce che vediamo è radiazione con frequenza di circa 500 mila miliardi di oscillazioni al secondo (500 milioni di MHz). Le emissioni dei ripetitori hanno frequenze attorno ad 1 GHz, che sono circa a metà strada tra quelle della luce e quelle degli elettrodotti (50 Hz).

” Le emissioni degli elettrodotti (campi ELF) e dei ripetitori sono molto differenti. Un elettrodotto produce solamente un campo magnetico, che si attenua molto rapidamente con la distanza, mentre un ripetitore produce onde in grado d’autosostenersi e di propagarsi anche a distanze considerevoli (infatti si usano per comunicare). Anche gli effetti per la salute sono completamente differenti, gli studi fatti per le prime non valgono per le seconde e viceversa. In queste pagine mi soffermerò in particolare sui campi ELF dovuti agli elettrodotti.
Si ritiene generalmente che eventuali danni siano dovuti solo al campo magnetico dell`elettrodotto, in quanto il campo elettrico viene schermato dalla stessa pelle, oltre che dai muri degli edifici. L’intensità di un campo magnetico si misura in Tesla, ma di solito si usano i milionesimi di Tesla, o microtesla, abbreviati in mT.

Gli effetti sulla salute
Il campo elettrico e magnetico può influenzare il nostro corpo causando correnti elettriche nei tessuti, correnti che possono interferire con l’attività bioelettrica naturale. I campi possono cedere energia ai tessuti con vari meccanismi, scaldandoli. Possono inoltre influenzare, con meccanismo ancora poco compresi, l’attività elettrica delle membrane cellulari, in particolare per quel che riguarda il trasporto di atomi carichi (ioni) tra l’interno e l’esterno della cellula. Campi magnetici molto intensi possono modificare alcune reazioni chimiche. Tutti questi effetti sono tenuti presenti nelle norme internazionali in vigore anche in Italia, che per i campi magnetici ELF fissano un tetto di 100 microTesla (mT).
Un campo di 100 mT è molto intenso, riferito alla vita quotidiana, e si può trovare nelle vicinanze di alcuni elettrodomestici con grossi avvolgimenti (lavatrice, lavapiatti, forno a microonde), o molto vicino a piccoli trasformatori (rasoio elettrico, radiosveglia). Però tipicamente uno si rade pochi minuti al giorno, e non dorme con la radiosveglia sotto il cuscino. I campi si riducono rapidamente con la distanza, e ad es. a 20 cm da una radiosveglia il campo è praticamente scomparso. In una casa, lontano da elettrodomestici, i campi tipici sono di 0,05-0,1 mT.
Vicino ad un grosso elettrodotto, il campo magnetico è tipicamente di alcuni mT, e può arrivare a 10-20 mT direttamente al di sotto della linea. Il campo cala a 1 mT a una ventina di metri, e arriva a 0,2 mT a circa 80 metri.
Però non potrebbe esistere qualche effetto ancora sconosciuto, o poco capito, per cui i campi elettromagnetici rappresentino un rischio anche quando siano molto più deboli dei limiti di legge? Per rispondere a questa domanda, i ricercatori hanno a disposizione diversi strumenti. Nessuno di questi dà risposte definitive, in particolare non è mai possibile escludere un rischio che non c’è. Se non troviamo niente, non sapremo mai se abbiamo cercato abbastanza, o nei posti giusti, o con sensibilità sufficiente. Però questi strumenti ci permettono di stabilire quanto grosso sia al massimo il rischio che affrontiamo.


Possibili meccanismi
Un primo strumento è cercare di capire come potrebbero i campi causare un effetto biologico. E si vede subito che i campi naturali presenti dentro il corpo umano sono molto più forti dei deboli campi che penetrano dall’esterno. In effetti il limite di 100 mT è stato stabilito considerando che campi di questa intensità producono correnti nel corpo umano che sono comparabili a quelle prodotte dagli altri organi (rumore fisiologico).
Non conosciamo nessun meccanismo per cui un campo al di sotto dei limiti internazionali possa modificare in qualche modo la materia vivente, in particolare per i campi ELF dovuti agli elettrodotti. Ne sono stati proposti i più svariati: risonanze nucleari, cristalli di ferrite che agiscono come aghi di una bussola, trasmissioni radio dal cervello agli organi, ma nessuno di questi sembra esistere, e molti non riuscirebbero comunque a funzionare, in base alle leggi note della fisica, per campi al di sotto di una decina di microTesla.
Effetti di un campo ELF a 0.2 mT sono inoltre molto simili a quelli dovuti al moto, per normale attività fisica, nel campo magnetostatico terreste (quello che orienta l’ago della bussola).Si deve dedurre che fare sport è pericoloso per la salute, o che devo far stare fermo mio figlio, che come tutti i bambini salta e corre in continuazione?

Gli studi epidemiologici
Ma non è necessario che comprendiamo un fenomeno perché questo esista. A partire dal 1979, sono stati condotti quindi numerosi studi epidemiologici, per vedere se in presenza di campi magnetici aumenti il rischio di ammalarsi di vari tumori, in particolare di leucemie. In questi studi si esamina un gran numero di persone, che vivono in situazioni a rischio, e si confronta il numero di casi di tumore in gruppi con esposizione differente.
Oggi, dopo 20 anni, la mole di dati raccolta è impressionante, e comprende milioni di anni-uomo di esposizione, correlata a decine di tipi differenti di tumori. Uno degli studi più citati, condotto da Feychting e Ahlbom, ha studiato 440.000 persone che vivevano in Svezia a meno di 300 metri da un elettrodotto, ricostruendo la storia della loro esposizione per 25 anni. In totale sono state esaminate 228 ipotesi di correlazione tra campi e tumori.
In questa mole di dati è inevitabile trovare correlazioni tra l’esposizione ai campi e alcuni tumori. In genere si considera significativa una correlazione che avvenga per caso meno di una volta su 50, e quindi solo nello studio citato sopra si trova cinque-sei correlazioni “significative”. Naturalmente si trova anche cinque-sei situazioni in cui sembrerebbe che esporsi ai campi faccia bene alla salute. È quindi indispensabile confrontare studi diversi, e ripetere gli studi in modo mirato per le correlazioni che si ritrovano in studi diversi.
Facendo questo lavoro, si trova che i campi non sembrano associati a nessun tipo di tumori, a malformazioni fetali, a disturbi del sonno o del comportamento. Alcuni studi trovano un aumento del rischio per diversi tipi di tumori come tumori cerebrali, tumori al seno maschili, leucemie, morbo di Alzheimer, ma in tutti i casi in cui uno studio trova un aumento, diversi altri studi non trovano effetti, o trovano una diminuzione dei casi.

Le leucemie infantili
L’unica eccezione, che merita un discorso a parte, sono le leucemie infantili. Sono stati effettuati quindici studi epidemiologici, di cui quatto trovano un aumento del rischio in presenza talvolta di campi misurati superiori a 0.2 mT (cioè superiori a quelli a cui siamo esposti tutti), talvolta di misure più indirette, come la vicinanza ad impianti o elettrodotti, o il tipo di impianto presente in casa. In particolare lo studio epidemiologico di Feychting e Ahlbom trova un raddoppio del rischio per esposizioni a campi di 0.2 mT, e un rischio ancora maggiore per esposizioni più alte.
Le cose sono complicate dal fatto che è difficile separare l’esposizione ai campi da altri fattori di rischio. Ad esempio si è visto che il primo studio del 1979, di Wertheimer e Leeper, che trovava una correlazione tra leucemie e vicinanza a linee elettriche, era viziato dal fatto che le case vicine a linee erano in genere vecchie, in zone degradate ed inquinate, abitate da gente più povera. Tutti questi fattori aumentano in modo significativo il rischio di ammalarsi di leucemia. In altre parole la cabina elettrica vicina, o il traliccio erano un marchio evidente di una situazione che comunque era più a rischio.

” Per malattie rare come le leucemie infantili, i problemi sono ulteriormente complicati dal numero molto limitato di casi su cui si lavora. Lo studio di Feychting e Ahlbom ha trovato in totale 39 casi di leucemia infantile, che sono stati divisi in 3 gruppi, a seconda dell’esposizione. Il raddoppio dei casi nei gruppi esposti corrisponde in pratica a undici casi in più. In un successivo studio, gli autori stimano che l’effetto dell’esposizione ai campi possa causare un caso l’anno di leucemia nella penisola scandinava. Per dare un’idea dei problemi di numeri così piccoli, si può osservare come, in base alle statistiche nazionali, ci si sarebbe aspettato comunque più casi dei 39 osservati, e che nel gruppo esposto c’erano anche 10 casi in meno degli altri tumori infantili. Verificare se esiste un rischio dell’ordine di un caso in più l’anno è cioè molto difficile. In un recente studio, Ahlbom ha accorpato diversi studi al suo, riguardo le leucemie infantili, trovando che l’aumento del rischio, se esiste, è presente solo per esposizioni sopra i 0,4 mT, mentre non ha ritrovato l’aumento a 0,2 mT.
Un altro tipo di studi statistici sono gli studi di caso/controllo. Si prende tutte le persone che si sono ammalate della malattia in un certo periodo, e un numero simile di persone sane, il più possibile in situazioni simili a quelle ammalate. Si va quindi a misurare i campi in cui questi vivevano, cercando eventuali differenze. I due studi più grossi sono quelli di Linnet et al. (New Eng.J.Med., 1987), e quello di Mc Bride et al., (Amer. J. Epidem. 1999), con 399 casi e 399 controlli. Nessuno di questi due studi trova una correlazione tra i campi e il rischio di ammalarsi, anche se dei molti parametri misurati qualcuno mostra deboli differenze tra casi e controlli.
Mettendo insieme tutti gli studi disponibili oggi si vede che il rischio, se esiste, è molto ridotto rispetto alle prime stime, e probabilmente non supera il 15% in più per chi è esposto. Considerando che significherebbe un caso addizionale l’anno in Italia, è in pratica impossibile distinguerlo dalle fluttuazioni casuali, e quindi stabilire se esista o meno.

Esperimenti di laboratorio, su animali o su colture cellulari
Un altro modo per verificare se una sostanza è cancerogena consiste nello sperimentarla su animali di laboratorio o colture cellulari. Ad oggi sono stati pubblicati centinaia di studi di questo tipo, e pochissimi mostrano effetti che potrebbero portare alla promozione di tumori. Di questi, molti sono stati ripetuti con esito negativo, e nessuno è stato replicato indipendentemente.
In una serie di studi su topi esposti a campi magnetici, si è osservato un calo nella produzione di melatonina. Siccome alcuni ricercatori pensano che la melatonina possa avere un effetto protettivo contro i tumori, questo calo è stato ipotizzato come un meccanismo con cui i campi potrebbero aumentarne il rischio. Sono stati fatti numerosi esperimenti, su primati, volontari umani e nuovamente su topi, che però non hanno mostrato nessun effetto dei campi magnetici ELF sulla produzione di melatonina. E anche l’ipotesi di un suo effetto protettivo è ancora indimostrata.
Un altro classico test di laboratorio consiste nell’esporre topi per tutta la vita all’agente sospetto. Generazioni di topi sono cresciute in campi magnetici, apparentemente senza nessun effetto sulla loro salute.

La legislazione
Basandosi su questi studi, molti organismi internazionali hanno fissato norme per i campi. Praticamente tutti questi organismi sono arrivati allo stesso livello di esposizione ammissibile per la popolazione generale, e cioè 100 microtesla. Gli effetti di campi molto deboli sulla promozione di tumori sono stati considerati troppo incerti perché possano essere inseriti in una normativa, e non abbiamo elementi sufficienti per stabilire una soglia di pericolosità. Il livello spesso citato di 0.2 mT è infatti una soglia sensata per studi epidemiologici, ma non ha senso come soglia di sicurezza. L’unico senso che può avere è la richiesta che chi vive vicino ad un elettrodotto non sia più esposto della media della popolazione.
In particolare a queste conclusioni e a questi limiti è giunto l’International Committe for Non Ionizing Radiation Protection, o ICNIRP, che è l’organismo più autorevole in questo campo. I limiti internazionali stabiliti da quest’ente sono stati ridiscussi, e confermati, da numerose commissioni nazionali. Recentemente anche il CENELEC (l’organismo tecnico della Comunità Europea) ne hanno confermato la validità.
In Italia i limiti ICNIRP sono stati recepiti dal DCPM del 23/4/1992, in cui si fissavano anche distanze minime tra elettrodotti ed edifici. Il concetto di distanza minima è però stato criticato, perché portava a situazioni di contraddizione e non ha un senso sanitario: sono i livelli dei campi che creano possibili rischi. I limiti di distanza da un elettrodotto sono stati quindi riportati, con il DPCM 28/9/1995, a quanto stabilito da un precedente decreto (DMLP 16/1/1991), che è basato sull`insieme degli effetti tipici dei campi generati dagli elettrodotti.
In seguito, diverse regioni hanno emanato norme molto più restrittive. In particolare la Regione Veneto ha posto limiti di 0.2 mT per le nuove installazioni, creando un gran numero di casi di contesa con l”ENEL. Normative simili sono state proposte da Piemonte, Lazio, Puglia e Abruzzo.
Di recente é stata approvata una legge quadro sulla protezione dei danni da campi elettromagnetici (L. 36/2001) in cui, oltre ai limiti di 100 mT, che vengono confermati, si pongono obiettivi di qualità, in cui comunque si interviene, in modo più graduale e flessibile, prioritariamente su situazioni in cui i campi siano superiori a 20 mT, e successivamente fino al livello di 5 mT. I gruppi ambientalisti considerano comunque questi limiti inaccettabili, e vorrebbero che venissero abbassati a 0,5 o 0,2 mT.

Tirando le somme
Se si esamina l’enorme mole di lavoro disponibile, è difficile pensare ad una pericolosità di campi magnetici al di sotto dei limiti internazionali attuali. Non conosciamo meccanismi con cui questi campi possano influenzare in nessun modo la materia vivente. Non sono stati visti effetti in laboratorio. Per moltissimi tumori, abbiamo a disposizione una grossa mole di studi epidemiologici, che non mostrano nel loro insieme nessun effetto, anche se singoli studi possono mostrare aumenti (o diminuzioni) del rischio per le persone esposte.
Nel caso delle leucemie infantili esistono molti studi che mostrano un aumento del rischio, anche grosso. Si parla di un rischio doppio per campi di 0,4 mT. Però se si guarda i numeri coinvolti, sono sempre eccessi di pochi casi in un campione enorme. Una stima dell’Istituto Superiore della Sanità parla di un massimo di 2 casi di leucemia infantile l’anno in tutta Italia. E gli ultimi studi caso/controllo permettono di mettere un tetto molto più basso a questo rischio, probabilmente a meno di un caso l’anno.
A considerazioni simili sono giunti, come abbiamo visto, diversi organismi internazionali. Tutti sostengono che ulteriori studi siano necessari per ridurre ulteriormente le incertezze, e invitano ad una cauta prudenza, in particolare quando sia possibile ridurre le esposizioni con precauzioni ragionevoli. Questo ritengo valga comunque, per qualsiasi attività umana.
La posizione più prudente sulla pericolosità dei campi magnetici è stata espressa dall’ IARC, l’istituto internazionale che valuta i possibili agenti cancerogeni. Questi ha prodotto un immane lavoro di rassegna, al termine del quale ha classificato i campi ELF come “possibili cancerogeni”, limitatamente alle sole leucemie infantili. “Possibile cancerogeno” significa in pratica che è necessario continuare gli studi. Altri “possibili cancerogeni” d’uso comune sono il caffè ed i sottaceti. Misure correttive sono suggerite solo se non comportano costi rilevanti o aumentano, anche in modo minimo, altri rischi.
Purtroppo circolano diversi falsi documenti di enti autorevoli, come l’OMS o il NRC statunitense, che giungerebbero a conclusioni opposte. Un falso documento del NRCP, uscito nel 1995, in cui si riteneva probabile la pericolosità dei campi, è stato ripreso anche di recente dalla stampa, nonostante la posizione del NRCP sia opposta. In alcuni casi le notizie sono create direttamente dai media, distorcendo affermazioni completamente differenti. Ad esempio, nel giugno 1998, in un congresso di chimica a Firenze è stato presentato un lavoro che mostrava possibili effetti di campi magnetici di 10 Tesla (100.000 volte i limiti di legge) sul DNA. Il lavoro è stato presentato sulla stampa con il titolo “Gli elettrodotti non sono innocenti”, anche se gli elettrodotti non c’entravano proprio nulla.
Molti gruppi fanno paragoni con cancerogeni oggi noti, ma che in passato erano ritenuti sicuri, come l’amianto. Questo paragone, però non regge. Quando si è cominciato a cercare correlazioni tra amianto e tumori, i rischi sono emersi subito, e si è rapidamente trovato meccanismi d’azione almeno plausibili per questi agenti. Oggi, a venticinque anni dai primi studi sui campi, non abbiamo trovato nessun rischio che sia definibile anche solo “probabile”.
Purtroppo, anche se sono in corso circa 200 studi su questo argomento, difficilmente la situazione si potrà modificare in modo sostanziale. È molto difficile fare meglio di quanto è stato già fatto, e anche se si riuscisse a mettere limiti più stringenti ai possibili danni, sarà molto difficile escludere la possibilità di effetti diversi, diverse malattie, effetti più strani. E temo sia impossibile convincere chi vive vicino ad un elettrodotto, o un attivista dei vari comitati, che i campi possono non essere dannosi.

” Le paure della gente
È impossibile affermare che i campi non facciano male. Esistono incertezze, in parte dovute a difficoltà concrete, in parte al fatto che i rischi, se ci sono, sono sicuramente piccoli, e quindi difficili da vedere e studiare. E comunque la scienza non può dare certezze, soprattutto non può affermare che qualcosa non esista.
Però i campi elettromagnetici sono qualcosa che fa paura, per molte ragioni. Un elettrodotto è brutto (sicuramente) e minaccioso. La corrente elettrica è pericolosa, in Italia ci sono centinaia di folgorati l’anno. Risulta difficile pensare che una cosa così potente, e pericolosa, diventi innocua se tenuta ad una decina di metri di distanza. E sicuramente molte cose sono state considerate innocue, per poi scoprirne i rischi, dal DDT all’amianto. Quindi non è difficile immaginare i motivi per cui un elettrodotto faccia paura. Poi si tratta di un bersaglio ben individuabile. Se sto male, e ho vicino un elettrodotto, è facile pensare che la colpa sia di quello. Se mi ammalo di cancro, la tentazione di far causa all’ENEL diventa fortissima.
Così molti gruppi ecologisti hanno preso la palla al balzo. Inoltre le teorie che sono state avanzate per spiegare gli effetti dei campi assomigliano molto a quelle utilizzate nella medicina olistica, o nella geobiologia, di moda in alcuni ambienti ecologisti: i campi elettromagnetici interferirebbero con i campi tellurici, o con la delicata rete di comunicazioni intracellulari che la scienza ufficiale non riconosce.
Sono sorti gruppi spontanei, e associazioni di consumatori come il CODACONS e il SAMBA hanno fatto di questa la loro battaglia. È sorta un’associazione, il CONACEM, che ha raccolto i casi di chi è morto di tumore nelle vicinanze di un elettrodotto, e sostiene in pratica che buona parte di queste morti siano dovute ai campi.
Questo è sufficiente a creare un gruppo di opinione considerevole. Come abbiamo detto, i limiti attuali già 20 volte inferiori a quelli internazionali sono considerati inaccettabili dai Verdi, il CONACEM denuncia penalmente i ricercatori che sostengono che i campi non fan male, e alcune regioni, come il Veneto o la Toscana, hanno deciso limiti più restrittivi di 0,2 mT, o ne stanno discutendo. Sono stati presentati ricorsi al TAR contro la costruzione di nuovi elettrodotti. Infine, un paio di anni fa, il giudice Casson ha sorto denuncia per strage contro l’ENEL.

” I danni della paura
Una certa prudenza è sempre consigliabile. Dove limitare i campi sia semplice, ad esempio quando si progetta nuovi elettrodomestici, è giusto farlo. Ma spesso questo non è semplice.
Cosa significherebbe chiedere di ridurre tutti i campi a 0.2 mT? In molti casi, non è semplicemente possibile tenere un elettrodotto ad una distanza sufficiente dalle case. Occorrerebbe creare un corridoio protetto, largo quasi 200 metri, con immaginabili costi d’indennizzo a chi deve trasferirsi. Dove nemmeno questo è possibile, è necessario interrare l’elettrodotto.
Ma un elettrodotto ad alta tensione interrato ha costi spaventosi, non solo economici. Per isolare i cavi si deve usare olio minerale, che è sicuramente inquinante e rischia di venir disperso nel terreno in caso di guasti. Occorrono scavi, una trincea in cemento, quindi tutti i rischi connessi con una grossa opera che attraversa il territorio. Un cavo interrato disperde molta energia, che va a riscaldare il terreno circostante, e questo produce altri sprechi energetici e inquinamento. Un cavo interrato è difficile da mantenere, e ha una durata minore di un elettrodotto aereo. Questo comporta maggiori rischi per chi ci deve lavorare, e quindi un aumento dei già molti incidenti sul lavoro. Lo sforzo di ridurre i campi nelle centrali di trasformazione e negli altri impianti richiede misure che spesso aumentano i rischi d’incidente.
In generale, dobbiamo ricordarci che ogni nostra attività, incluse quelle per limitare i campi, è associata a dei rischi. Se vogliamo pararci da rischi molto bassi, occorre molta cautela per evitare di introdurne di maggiori.
Comunque i soli costi economici sono immensi. Una stima dell’ENEL valuta in 50 miliardi di Euro i costi necessari per ridurre le esposizioni già ai 0,5 mT, e non esistono ancora stime di quanto costi arrivare ai 0,2 mT proposti da molti. Non è difficile immaginare utilizzi di questi soldi in grado di evitare ben più di un caso di leucemia l’anno.
Come ambientalista sono molto preoccupato di questa moda. Le energie che abbiamo a disposizione per combattere l’inquinamento, per individuarne le cause, per lottare anche a livello politico per un mondo più pulito e vivibile sono limitate. Non possiamo permetterci di sprecarle dietro a quello che appare al più come un problema molto marginale, se non come un fantasma. E se davvero in alcune zone o per alcune professioni ci sono aumenti inspiegati di tumori, è utile cercarne le cause reali, e non indicare comodi capri espiatori quali rischiano di diventare i campi.

Alcuni cenni sui ripetitori per telefonia
Per quanto ci siano grosse differenze, la situazione riguardo ai danni dovuti ai ripetitori televisivi e per telefonia cellulare è abbastanza simile. Le norme internazionali tengono conto di tutti gli effetti ragionevolmente accertati o probabili, inclusi rischio di cataratta e sterilità (entrambi effetti a lungo termine). Però alcuni ricercatori sostengono che esistano effetti a livelli dei campi molto più deboli (anche se in modo molto più discutibile che non i serissimi studi di Feychting e Ahlbom), e di conseguenza le associazioni citate sopra richiedono un abbassamento dei limiti di legge a livelli almeno 5000 volte inferiori ai limiti internazionali.

” La situazione degli studi epidemiologici è però molto differente. Non esiste una gran quantità di persone esposte a campi vicini ai limiti internazionali, al punto che il DL 381, del 10/9/1998, pone limiti circa 20 volte inferiori a quelli internazionali senza che questo crei grosse difficoltà pratiche. Per lo stesso motivo esistono pochi studi epidemiologici, che non mostrano rischi significativi, ma senza la mole di milioni di anni-uomo disponibile per i campi ELF. Sono stati fatti numerosi studi su personale esposto professionalmente ad onde radio, ma la maggior parte di questi soffre di carenze metodologiche. Nessuno degli studi di qualità migliore mostra associazioni tra campi e malattie.
Esistono anche due studi molto limitati, che sembrerebbero indicare rischi di leucemia a campi molto bassi. Entrambi questi studi sono stati ripetuti con una casistica molto più ampia, e si è visto che si trattava di artefatti statistici, ma questi continuano ad essere abbondantemente citati, in particolare dal dott. Cherry, un metereologo neozelandese che sostiene che l’ICNIRP abbia deliberatamente falsato l’analisi dei dati disponibili.
Le esperienze di laboratorio sono più controverse. In generale, si notano effetti di vario tipo, inclusa una capacità di promuovere lo sviluppo di tumori, a livelli di potenza assorbita che corrispondono anche ad un riscaldamento dei tessuti, quindi a potenze molto maggiori di quelle consentite dai limiti attuali. In particolare ha suscitato scalpore un esperimento in cui topi modificati geneticamente sviluppavano un numero maggiore di tumori se esposti a campi moderatamente termici, simili (ma molto più intensi) a quelli usati nei telefoni GSM. Si trovano anche effetti più strani, e in genere non collegabili con rischi per la salute, a potenze più basse, poco superiori ai limiti.
In generale i campi emessi da un ripetitore per telefonia sono molto al di sotto anche degli ultrarestrittivi limiti italiani. Ma comincerebbe a diventare problematico rispettare quelli proposti dal CONACEM, 160 volte inferiori, o quelli del SAMBA, 4000 volte inferiori. Questi limiti comporterebbero in pratica l’impossibilità di usare un cellulare, o di guardare la televisione, ma quantomeno non produrrebbero ulteriori inquinamenti o gravi costi per la collettività.
Un discorso a parte meritano i cellulari veri e propri, che, essendo molto vicini alla testa, possono produrre una esposizione relativamente intensa in una zona ristretta. Non esistono motivi per ritenere che questo sia pericoloso, e ormai cominciano a comparire studi che non trovano aumenti dei rischi, ma, siccome l’esposizione si avvicina ai limiti suggeriti dall’ICNIRP, può essere il caso di usare qualche cautela, come limitare la durata delle conversazioni o alternare l’orecchio. In ogni caso, basta usare un auricolare, tenendo il telefonino lontano qualche decimetro dal corpo, per ridurre l’esposizione praticamente a zero.

 

Spesso vengono diffuse affermazioni che sono fattualmente false. Ne riporto di seguito qualcuna.
“I campi elettromagnetici sono stati classificati dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità come quarta priorità sanitaria mondiale”.
(in alcune versioni cambia il posto in classifica, sempre tra i primi 10). In realtà la posizione dell’OMS sull’argomento è di cauto ottimismo, anche se sono ritenuti necessari ulteriori studi.

“Le attuali normative tengono conto solo di effetti a breve termine o di effetti termici”.
Le attuali normative tengono conto di effetti a breve e lungo termine, termici e non, purché questi effetti siano accertati o probabili. Non tengono conto di effetti solamente ipotizzati, o per cui le evidenze di danni sulla salute siano molto deboli.

“Le normative italiane sono incomplete rispetto a quanto stabilito da raccomandazioni della Comunità Europea (o altri organismi internazionali)”.
Nessun organismo internazionale ha suggerito norme più prudenti di quelle adottate in Italia per i campi a 50 Hz. La normativa italiana per i campi a radiofrequenza è tra le più restrittive a livello mondiale.

“La radiazione non ionizzante è più pericolosa di (è pericolosa come) quella ionizzante”.
I rischi ipotizzati per la radiazione non ionizzante, se esistono, sono comunque migliaia di volte minori di quelli legati alla radiazione ionizzante. Fortunatamente quest’affermazione è abbastanza rara.

“Esiste un documento del NRCP (agenzia protezionistica americana) che definisce insufficienti gli standard attuali, e raccomanda standard molto più stringenti”.
Il documento è un noto falso giornalistico, ripreso tra l’alto all’epoca dal giornale New Scientist. La NRCP ha ripetutamente smentito il documento, ed è su posizioni molto differenti.

“È accertata un’associazione tra esposizioni ai campi elettromagnetici e tumore X”.
Per quanto non sia possibile escludere queste associazioni, ad oggi non è accertato nessun effetto dannoso dei campi elettromagnetici ai livelli ammessi dalle normative. Esistono alcuni sospetti, su cui è utile continuare ad indagare. Naturalmente esistono differenze d’opinione nel come considerare i risultati delle ricerche disponibili ad oggi.

“I campi elettromagnetici artificiali modificano i campi elettromagnetici naturali rendendoli nocivi”.
Affermazioni di questo tipo vestono di un linguaggio apparentemente scientifico teorie strampalate che fanno capo alla cosiddetta geobiologia. I campi naturali ipotizzati da queste teorie non sono misurabili o rilevabili in nessun modo (cioè per quel che sappiamo non esistono), e quindi anche le eventuali modificazioni che verrebbero causate dalle emissioni artificiali non sono mai state effettivamente osservate.

 

Gianni Comoretto
Osservatorio di Arcetri

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