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Il sud è il mio paese

Floriana Mastandrea

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Il Sud è parte di me vertebre e schiena /altra bibbia che racconta /incanto di casolari e paesi /humus dove fiorisce

l’arancio /terra che conosce a sfregio e timore /miseria di mosca cinese. / Qui trionfo di alberi e castagni /si divide natura e povertà. /Qui si spremono ulivi / polpa e vinaccioli torchio di precarietà / nel giallo di terra tisica di abbandoni. / Irpinia madre di eserciti di ogni guerra / hai perso la conta dei figli pionieri ostinati / e abortisci il futuro estraneo alla storia. / Amore e desiderio sposano /giorni ed anni stanchi di ali e sogni /forzieri di vita, catenacci di ruggine / con chiavi rotte smarrite alla speranza”. Da: Tantilla, l’ultima silloge di Giuseppe Iuliano, che dietro lo schermo del titolo, che in dialetto significa letteralmente “cosa di poco conto”, in realtà è tutt’altro che di poco conto. Si tratta invece, di un vero e proprio atto politico che racchiude un concentrato di dolore, una denuncia per lo stato in cui la terra irpina è ridotta. Nella disattenzione generale, la terra che è stata fiera, come il suo paesaggio, forte, senza essere duro, e che potrebbe continuare ad esserlo, è ormai ridotta, anche a causa di amministratori incapaci, a terra di disimpegno, fuga e abbandono. Si è consumato un “sacrilegio invisibile”, che ci ha lasciato come “anime sfiancate, dubbiose”, che ormai coltivano soltanto “silenzio e solitudine”. Unico rifugio, l’amore, in quanto “gioco di malizia spacca ogni corazza”, ma è solo una pausa che può lenire il dolore, non cancellarlo. Con i versi della sua raccolta, Iuliano, da sempre sensibile alla bellezza e alle sorti della sua terra, ci invita con voce forte, a sentire sulla pelle i laceranti graffi di una coscienza collettiva che, a fronte del tradimento subito e dell’umiliante impotenza contro la sopraffazione, è necessario recuperare. Così, come ben illustra nella prefazione Aldo Masullo: “La tranquilla bellezza dell’Irpinia non la salvò, né la difende dall’amara sorte dell’intero Mezzogiorno. Il meridionalismo scientifico eppure romantico del Novecento, animato da spiriti intellettualmente forti ma politicamente deboli, fu la risvegliata coscienza del male subito, non la fine della fatale impotenza. Il male della violenza infatti, a lungo andare penetra nel corpo della vittima, la riduce all’impotenza, alla servitù volontaria. Questa infine è la malattia mortale degli uomini meridionali, i quali della comune servitù si servono l’uno contro l’altro. Versi, come i Tantilla, con la loro sincopata tensione, tuttavia attestano che la forza di un risentito amore mantiene viva la contestazione, accesa la speranza”. Pur sembrando pessimista, Iuliano vuole invece scuotere le coscienze, renderle attive, partecipi di un cambiamento di rotta che deve obbligatoriamente partire dalla memoria, dalle proprie radici, necessarie per trovare nuove strade, per andare verso un nuovo Risorgimento: perché non si può restare a guardare né capitolare, di fronte alle sopraffazioni e alle ferite.

Floriana Mastandrea

Giuseppe Iuliano Tantilla Prefazione di Aldo Masullo

Editrice Delta 3

Pag. 12 € 2,50

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redazione

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25 novembre 2020 -Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (altro…)

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23 novembre 1980. Domenica. Sandro Pertini era l’amatissimo Presidente della Repubblica Italiana. (altro…)

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