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Emergenza Covid-Quando finirà la pandemia

Federico Barbieri

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Gli storici, quasi tutti, concordano sulla fine sanitaria e sulla fine sociale. La prima si verifica quando incidenza del contagio e mortalità si appiattiscano prossimi allo zero.

La seconda si verifica quando sparisce, nei cittadini, la paura della malattia.

Perché non è semplice dichiarare la scomparsa dell’epidemia. Secondo il Dottor Jeremy Greene, storico della medicina della Johns Hopkins University, ‘’può accadere che la fine (della pandemia) arrivi perché la popolazione si è stancata di vivere nel panico. Ha imparato, in altre parole, a convivere con la malattia’’.

I dibattiti, le polemiche, le manifestazioni di piazza (nelle quali si infilano estremisti ai quali si confà il disordine) attengono a un processo socio-politico piuttosto che ai dati medici e sanitari.

La storia umana si è accompagnata alle epidemie, con i distinguo relativi a condizioni sanitarie, politiche, economiche. Nessuno può indicare data certa della ‘’fine’’.

L’epidemia della paura può verificarsi anche in assenza di un’epidemia medica.

Chi non ricorda le reazioni individuali e collettivi alle prime notizie provenienti da Wuhan? Oppure quanto si verificò nel 2014 ai report dall’Africa occidentale per le migliaia di morti a causa dell’ebola?

Bastava ‘vedere’ un cinese, una persona di colore, per essere investiti dalla paura.

Il primo lockdown del 2020 è stato vissuto, ognuno nel proprio isolato quotidiano, come l’anticamera dell’apocalisse. Abbiamo conosciuto l’essere da soli quale arma, unica, contro la possibile imminente fine del mondo conosciuto.

Chi non ricorda la paura nel sentire un colpo di tosse e il conseguente distanziarsi?

Pur avvertendo in sé il bisogno, la necessità della vicinanza, in fondo l’essere umano è animale sociale.

Raramente si è verificata la fine medica di un’epidemia.

La paura è stata utilizzata come strumento per ‘convincere’ il singolo cittadino a non uscire per evitare la morte.

L’ignoranza dei cittadini ha origine nella mancata comunicazione, meglio, nella distorta comunicazione da parte delle ‘autorità sanitarie’ divenendo altro strumento per imporre un comportamento nuovo.

Tutti abbiamo riscontrato cambiamenti nella comunicazione, il contrasto tra esperti ospiti fissi (previo compenso) in talk show; giornalisti pro e contro le relative affermazioni.

Nel corso dei 12 mesi che segnano il nostro mondo sono cambiati i ‘colpevoli’: dai cinesi che avrebbero creato chissà per quale ragione il virus, ai cittadini che non rispettano ‘’l’ordine’’ della clausura.

Negli ultimi duemila anni l’umanità ha avuto a che fare con la peste, malattia che ha provocato la morte di milioni di persone e alterato il corso della storia. Ogni epidemia ha originato una paura maggiore rispetto alla precedente.

La ‘’morte nera”, causata dal batterio Yersiniapestis si trova nelle pulci dei roditori, ma può essere trasmesso anche da persona a persona attraverso le goccioline respiratorie. Quindi non basta uccidere tutti i topi..

Nel 1331 la peste che si originò in Cina si propagò, dopo aver ucciso metà della popolazione, attraverso le rotte commerciali colpendo Europa, nord Africa e medio Oriente. Agnolo di Tura detto il ‘Grasso’, calzolaio, riportò nel 1348 la cronistoria della peste giunta a Siena dove morì la metà della popolazione.

I ricordi scolastici riportano Ser Boccaccio più come scrittore osé che come cronista della peste a Firenze: “non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre”. Anche allora alcuni si rinchiudevano in casa, altri non riconoscevano la minaccia ritenendo che l’unica soluzione fosse “il bere assai e il godere e l’andar cantando attorno e sollazzando e il sodisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse, e di ciò che avveniva ridersi e beffarsi”.

Non si conosce, ancora oggi, per quale motivo si sia affievolita. Sì, affievolita perché la peste non è scomparsa: è presente tra i cani nella prateria statunitense.

Il vaiolo, Variola maior, scomparso tra gli esseri umani grazie al vaccino efficace che protegge tutta la vita, è scomparso anche perché non ha un ospite animale. La malattia però ha ucciso milioni di persone.

Nel 1633 un’epidemia di vaiolo tra i nativi americani sconvolse tutte le comunità di pellerossa nel nordest e sicuramente agevolò l’insediamento degli inglesi in Massachusetts. Alcuni film western hanno offerto cenno alle coperte ‘’donate’’ agli indigeni deportati nelle riserve..

Nel 1885 la peste di presentò di nuovo in Cina, in India.

L’influenza del 1918 è un esempio dei danni inflitti da una pandemia e dell’utilizzo della quarantena e del distanziamento sociale. Prima di svanire, l’influenza uccise tra i cinquanta e i cento milioni di persone in tutto il mondo. Dopo aver travolto l’intero pianeta, l’influenza perse vigore fino a diventare una variante dell’influenza lieve che si ripresenta ogni anno. In questo caso ci fu anche una conclusione sociale. La prima guerra mondiale era finita e le persone erano pronte per un nuovo inizio e desiderose di lasciarsi alle spalle l’incubo della malattia e del conflitto bellico. Fino ai primi mesi dello scorso 2020 fa l’influenza del 1918 era soltanto uno sbiadito ricordo.

L’influenza di Hong Kong del 1968, provocò la morte di un milione di persone in tutto il mondo, vittime in massima parte anziani. In epoca moderna circola come influenza stagionale.

L’incipit riferiva del parere degli storici. Ebbene, concordano nell’ipotizzare la fine sociale della Covid-19, prima di quella medica.

In altre parole le persone potrebbero stancarsi delle restrizioni al punto da “dichiarare” conclusa la pandemia, anche se il virus dovesse continuare a colpire la popolazione. Prima che i vaccini dimostrino opportuna protezione o prima che venga elaborata una cura.

Lo sfinimento e la frustrazione, sottolinea la storica di Yale Naomi Rogers, potrebbero indurre le persone a dire ‘’ora basta, merito di tornare alla mia vita normale’”.

Le autorità sanitarie puntano alla conclusione medica, ma le persone hanno in mente soprattutto la conclusione sociale, alcuni governatori, alcuni ‘politici’ (magari pronti a cavalcare l’onda..) istigano per la seconda conclusione.

I dubbi e gli allarmi, quindi la paura, instillati dai dati sul vaccino AstraZeneca non sono forieri di serenità.

Chi ‘vincerà’? Chi metterà la parola fine alla pandemia? Ma soprattutto: ce la faremo a non dividerci, ancora, contrapponendoci?

Attualità

Ad Avellino vaccinarsi diventa un’impresa: racconto breve di un lungo calvario

Floriana Mastandrea

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Errico Bonito, già sindaco di Montefusco (AV), ha inviato una lettera al Capo Gabinetto del Presidente della Regione Campania per denunciare la situazione da incubo a cui ha assistito personalmente.                                                                                                                                                                                                            In qualità di accompagnatore di un parente prossimo chiamato per la vaccinazione contro il Covid, Errico Bonito è stato testimone oculare di una giornata da incubo svoltasi tra Avellino e Montoro e ce l’ha raccontata: “Stamane (22 aprile 2021), prima delle 9, presso il Campo Coni di Avellino allestito come centro vaccinale, si è presentato un gruppo di circa una ventina di persone, contattate dalla Asl tramite messaggio soltanto ieri sera alle 21. Tra queste, oltre ad alcuni operatori sanitari, c’erano anche persone fragili.Invitate ad entrare con chiamate in base all’elenco, dopo circa mezz’ora, con un avviso attraverso megafono, è stato chiesto loro spostarsi nella vicina Montoro, senza spiegarneil motivo. Alcune erano senza mezzo proprio e così si sono organizzate alla meglio con chi era venuto in macchina, per percorrere i circa 15 chilometri che distanziano Avellino da Montoro. Raggiunta l’angusta sede di Montoro destinata alla vaccinazione, appena arrivate hanno ricevuto un contrordine: qui non siete in elenco, abbiamo soltanto 108 vaccini inviatici dalla Asl in base all’elenco e per voi non ci sono i vaccini, dovete ritornare ad Avellino!
Sbigottiti, gli sfortunati pazienti rassegnati al calvario, si stavano riorganizzando per tornare ad Avellino, qualcuno era persino già ripartito, quando ecco di nuovo il contrordine: i vaccini ci sono, tornate indietro! Increduli e decisi ad andare fino in fondo per tentare di riuscire ad ottenere l’agognato vaccino, hanno pazientemente atteso davanti a quella sede senza spazi e sedie, in piedi sotto la pioggia e senza poter osservare un adeguato distanziamento, finché finalmente non hanno ottenuto la loro dose di vaccino. E questa odissea è terminata solointorno alle 16, dopo un’attesa lunga un’intera giornata:possibile non si riesca a organizzare un servizio di vaccinazione efficiente? Possibile non si riescano a scaglionare le persone dando loro appuntamenti più precisi ed evitando così attese estenuanti? Perché non si pubblicano gli elenchi di coloro che devono essere vaccinati? Come si giustificano i dirigenti della Asl di Avellino? (altro…)

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Emergenza Covid in Irpinia – 74 persone positive in provincia, 12 casi ad Avellino,6 a Serino

redazione

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L’Azienda Sanitaria Locale comunica su 1.222 tamponi effettuati sono risultate positive al COVID  74 persone:

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I sindaci dei Comuni meridionali il 25 aprile in Piazza Plebiscito a Napoli: l’Italia ci tratta da stranieri

Antonio Bianco

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I numerosi sindaci dei Comuni meridionali con la fascia tricolore manifesteranno il 25 aprile alle ore 12 in piazza Plebiscito, a Napoli, per protestare contro lo scippo del 68% del Recovery Fund destinato al Sud dall’UE e con i comitati, le associazioni grideranno all’unisono: 68% dei fondi o un nuovo ’68. Le dichiarazioni della Carfagna in Parlamento lasciano poco spazio alle illusioni, i denari da spendere nel Meridione non supereranno il 40% del fondo, né si intravedono interventi tali da ridurre il gap infrastrutturale tra le due macro aree del Paese. La data scelta è carica di simbolismi, si festeggia la liberazione dalla dittatura e dalle leggi razziali con la rinata Unità nazionale di tutte le forze che hanno combattuto il fascismo. Unità che ora è solo un vuoto simulacro infarcito di belle parole, una ricorrenza che mette in risalto la geografia di una Nazione divisa,scarsamente solidale e rinchiusa nelle logiche delle 20 piccole patrie, in contesa fra di loro e con lo Stato Centrale. Uno Stato arlecchino, senza spina dorsale che eroga i diritti di cittadinanza a geometria variabile e li riconosce solo alle Regioni ricche, disinteressandosi di quelle più poverepresenti nell’Italia meridionale. I sindaci porteranno in piazza la voce di 21 milioni di cittadini meridionali ai quali sono negati i diritti fondamentali disciplinati dalla costituzionale quali gli asili, l’alta velocità, il trasporto pubblico locale. Persone costrette a migrare per trovare lavoro e potersi curare, trattati da stranieri in Patria. Nei Comuni siciliani di Castelbuono, di Naro, di Polizzi Generosa, di Acquaviva delle Fonti stanotte si occuperanno le aule consiliari e si dormirà nei sacchi a pelo quale protesta contro le decisioni del Governo di ridurre i fondi per il sud.

Il Recovery Fund è una golosa opportunità per l’Italia ed una necessità per il Meridione per rimettere in gioco le sue grandi potenzialità economiche e trasformarlo neltrampolino di lancio del Paese e di tutta l’eurozona,piattaforma ideale verso gli scambi commerciali con l’Asia e l’Africa. Territorio scientemente trascurato dai Governi e dai Partiti presenti in Parlamento, convertiti alla teoria proposta da Guido Tabellini, già rettore della Bocconi: per far correre Milano occorre rallentare Napoli. Tesi inaccettabile in un Paese, almeno sulla carta, unitario con un governo che si professa di unità nazionale che dovrebbe, come il buon padre di famiglia, prestare massima attenzione al Sud, area sottosviluppata, con un reddito pro-capite che è la metà di quello del Nord.

I sindaci che scenderanno in piazza a Napoli sono la punta avanzata di una rivoluzione in atto che dal basso monterà e travolgerà il mantra, logoro e bisunto, della locomotiva del Nord che traina i vagoncini del Sud. Ora e subito il Governo Draghi deve cambiare strategia rimettendo al centro dell’agenda politica la Questione Meridionale, mai seriamente affrontata e risolta. Occorre dare senso compiuto alla festa del 25 aprile che dovrà incarnare la liberazione dai pregiudizi a sfondo razziale nei confronti dei Meridionali, cittadini italiani come quelli del Nord. Se mancherà questa operazione si rischia la rivolta sociale, ancor di più, oggi, con la pandemia che spezza le gambe, diversamente monterà il mal contento al grido: il 68% del fondo o un nuovo 68. Dio ci salvi dalla balcanizzazione del Paese.

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