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Il 25 Aprile visto da ArianoNews24

redazione

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di Antonio Bianco 

Per non dimenticare

Non possiamo dimenticare il sacrificio di donne e uomini, partigiani in armi, che liberarono il nostro Paese dalla tirannia.

Non possiamo e non vogliamo dimenticare i crimini orrendi di cui si macchiarono fascisti e nazisti, nei confronti dell’umanità, con l’olocausto di milioni di persone nei campi di sterminio tedeschi e di quello italiano della “Risiera di San Saba”.

Non possiamo e non vogliamo dimenticare il dono della democrazia conquistata con il sangue dei tanti partigiani morti e che, oggi, solo pochi in Italia, sono una testimonianza vivente di quei drammatici momenti.

Vogliamo ricordare ai nati dopo la seconda guerra mondiale e a chi crede nel futuro, dimenticando il passato, che la nostra democrazia fu un dono inestimabile, gratuito e disinteressato di quel sacrificio.

Ricordiamo e non dimentichiamo quei momenti che richiamano alla memoria la lacerazione socio-politica e culturale, oggi drammatica, vissuta dalla comunità italiana. Allora a voce ferma gridiamo: W il 25 aprile, W la Costituzione.

 

di Federico Barbieri 

Una data. La fine di un incubo

Una data. La fine di un incubo: la Liberazione dal nazifascismo, dal terrore. La miseria, la fame, i lutti coperti dalla gioia di respirare l’aria di libertà.

Visi di giovani uomini, giovani donne che si sarebbero rimboccati le maniche per ricostruire una vita. La loro, quella futura dei figli. Quei giovani erano i nostri Nonni. Erano, perché il virus ne ha cancellato la vita di tanti, troppi. Quei figli siamo noi.

Il 25 aprile non è soltanto una data. E’ il momento della svolta. E’ il momento della rinascita. Della ricostruzione. Quel momento unì, cementandolo, un popolo, la solidarietà quale cura speciale. Quei giovani, quello spirito furono i pilastri del boom economico! Occorreva un cambio esistenziale in tutta la Nazione, il concetto di Europa ancor di là da venire.

Abbiamo vissuto periodi di austerità e di crisi che ormai sono scivolati nei meandri della memoria. Le restrizioni causate dalla pandemia ci hanno sbattuti, in qualche settimana, indietro di decenni.

La data odierna presenta, per curioso fato, analogie forti, pur dopo 75 anni. Ancora oggi occorre solidarietà,quella più estesa, ampia e articolata dell’Europa. In più necessita debellare l’altra malattia italiana: la burocrazia. Quei volti sorridenti che si abbracciavano nelle strade hanno sognato un’Europa Unita. La crisi di oggi, oltre ai valori, ha indebolito la stessa Europa e quei volti, giovani nel 1945, oggi curano i nipoti, alleviano con la pensione i figli.

Parlavo di memoria.

I giovani del 25 aprile 1945 speravano nel domani e hanno coltivato la memoria di quella speranza. L’abbiamo ereditata ma spesso consideriamo la data soltanto occasione di festa. La società vede rigurgiti estremisti e violenti, fascisti e populisti, ottuse e pericolose contrapposizioni. Dallo shock epocale del conflitto mondiale nacque la ripresa economica che si tradusse in diffuso benessere. Fallire oggi come Europa, proseguisse lo scontro tra Nord Europa e Sud Europa, tra Nord Italia e Sud Italia sarebbe pericoloso per la sopravvivenza della Patria Europa (così la definiva Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro e Deputato).

Quel progetto di Europa è la salvezza dei Paesi che oggi combattono, singolarmente, contro il virus. Tutti gli Stati membri scivoleranno verso il baratro se non decideranno scelte comuni e condivise. L’emissione di bond europei che non gravino sui singoli bilanci statali è una soluzione valida per l’intera Europa.

Quella stessa Europa che il 25 aprile 1945 voltò pagina sognando il futuro e in esso la Patria Europa, la stessa Europa devastata dal conflitto, dalla distruzione, oggi è una speranza incrinata dalla mancata visione comune da parte degli Stati europei. Da questa scioccante fase si esce vincitori solo con un’Europa solidale. Nessuno stato è immune dallo sfacelo, neanche la Germania, l’Olanda, l’Austria potranno uscire dalla crisi se gli altri paesi europei avranno da conteggiare le macerie.

È indispensabile, ritengo, l’emissione di bond europei che non pesino sul debito dei singoli paesi, che supportino le economie degli stati membri. Gli effetti del Covid-19 sono insostenibili per i singoli paesi. Anche per quelli che lucrano grazie a imprese che spostano ad Amsterdam la propria sede legale per un fisco di favore. Siamo in guerra e in guerra alcune regole si mettono da parte.

Il Governo Italiano DEVE eliminare la burocrazia, snellendo ogni procedura che faccia giungere con immediatezza i soldi alle imprese ai cittadini, ai lavoratori autonomi. Imponendo alle banche il rispetto delle garanzie governative al fine di erogare liquidità in automatico. Che sia un vero 25 aprile di rinascita. Ce la faremo, con prudenza!

di Floriana Mastandrea 

25 Aprile: per non dimenticare l’enorme sacrificio che ci consente di essere liberi

 

“Arrendersi o perire!” fu la parola d’ordine intimata dai partigiani il 25 Aprile del 1945 e nei giorni successivi. Cominciava così la lotta finale per liberare l’Italia da nazisti e fascisti, dopo vent’anni di dittatura e cinque di una guerra che aveva coinvolto tutto il mondo. La resistenza militare e politica contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista era partita l’8 settembre 1943, dopo lo sbarco degli Alleati a Salerno. Con la proclamazione dell’armistizio, letto alla radio dal generale Badoglio, scattò il piano tedesco per il disarmo delle truppe italiane: 1.090.000 uomini dislocati in Italia e 900.000 nei Paesi occupati, esercito notevole, ma male equipaggiato e con armamento inadeguato. Con la pubblicazione sui giornali (9 settembre) della notizia dell’armistizio, re e generali erano orami in fuga verso Pescara, dove si sarebbero imbarcati per Brindisi e Roma era sta abbandonata, senza organizzarne la difesa: l’unico che si impegnò fu il generale Caviglia, rivale di Badoglio. Nacque il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), si cominciarono a formare le prime organizzazioni partigiane, che avrebbero dato vita a forme di Resistenza armata e civile, nei restanti 20 mesi di guerra. Intanto a Salò i nazisti di Hitler, crearono la Repubblica sociale italiana per meglio operare sul nostro territorio. In base all’orientamento politico si formarono: le Brigate Garibaldi (comuniste), Brigate Matteotti (socialiste), Brigate Mazzini (Partito Repubblicano) Brigate Giustizia e Libertà (Partito d’Azione), le Brigate Fiamme verdi, Brigate del popolo e di Osoppo, di ispirazione cattolica. ll 25 aprile 1945 il   (CLNAI) il cui comando con sede a Milano, presieduto da Alfredo Pizzoni, Luigi Longo, Sandro Pertini, Emilio Sereni, e Leo Valiani, proclamò l’insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, chiedendo a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia del Corpo Volontari della Libertà, di attaccare i presidi fascisti e tedeschi, imponendo la resa. Stabiliva, tra l’altro, la condanna a morte di tutti i gerarchi fascisti, incluso Benito Mussolini, che sarebbe stato raggiunto, mentre camuffato da tedesco, tentava la fuga in Svizzera, e fucilato, insieme alla sua amante, Claretta Petacci, tre giorni dopo, il 28 aprile 1945, anche se la dinamiche sul punto sono leggermente discrepanti. Secondo Walter Audisio, detto Colonnello Valerio, il capo del fascismo e della Repubblica sociale italiana, catturato il giorno precedente a Dongo, dai partigiani della 52 Brigata Garibaldi, Luigi Clerici, fu ucciso a Bonzanigo, in provincia di Como e qualche ora dopo fu fucilata anche la Petacci. Entro il 1° maggio, tutta l’Italia settentrionale fu liberata: Bologna il 21 aprile, Genova il 23 aprile, Venezia il 28 aprile. Il termine effettivo della guerra sul territorio italiano, con la resa definitiva delle forze nazifasciste all’esercito alleato, si ebbe solo il 3 maggio, come stabilito formalmente dai rappresentanti delle forze in campo, durante la cosiddetta resa di Caserta, firmata il 29 aprile 1945. La data del 25 aprile rappresenta il culmine della fase militare della Resistenza e l’avvio effettivo di una Costituente da parte dei suoi rappresentanti, che porterà prima al referendum del 2 giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica, e poi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione. Su proposta del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il re Umberto II, allora principe e luogotenente del Regno d’Italia, il 22 aprile 1946 emanò un decreto legislativo luogotenenziale e“) che dichiarava il 25 aprile 1946 festa nazionale a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano. La ricorrenza venne celebrata anche negli anni successivi, ma solo il 27 maggio 1949, con la legge 260 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”), fu istituzionalizzata stabilmente come festa nazionale.

Donne partigiane

Le donne nella Resistenza “Non consideratemi diversamente da un soldato che va su un campo di battaglia”, dice una delle testimonianze del documentario del 1965 di Liliana Cavani, La donna nella Resistenza. Che fossero staffette, lavandaie, infermiere, tiratrici scelte, senza le donne non si sarebbe compiuta la Liberazione, anche se non si parla a sufficienza del grande contributo che le hanno fornito. Renata Viganò, scrittrice che vi prese parte come staffetta e infermiera, ne: L’Agnese va a morire, racconta di come le partigiane fossero e siano tuttora considerate come delle aiutanti degli uomini, principalmente perché il loro lavoro nella Resistenza, fu soprattutto di cura e riproduttivo: cucinare, lavare, curare, dispensare affetto e compagnia. Ma nonostante questi diffusi pregiudizi, le donne, oltre a rischiare la vita proteggendo e facendo da staffette, fondarono squadre di primo soccorso per aiutare i feriti e gli ammalati, contribuirono alla raccolta di indumenti, cibo e medicinali, si occuparono dell’identificazione dei cadaveri e dell’assistenza ai familiari dei caduti. Erano brave a camuffare armi e munizioni: quando venivano fermate dai tedeschi, riuscivano spesso ad evitare la perquisizione, dichiarando compiti importanti da svolgere, familiari ammalati, bambini affamati da accudire. Citando la sfera familiare, le donne parlavano una lingua universale, capace di suscitare sentimenti e sensibilità nascoste. Mentre gli uomini venivano richiamati alle armi, le donne dovettero sostituirli nell’industria e nell’agricoltura, lavorando soprattutto nel settore tessile, alimentare e industriale, nella catena di montaggio, nei pubblici impieghi e nei campi, dove affrontavano le attività più faticose di solito riservate agli uomini. Oltre 55 mila donne combatterono nella Resistenza, molte imbracciarono anche il fucile e presero parte ad attentati e agguati e molte furono coloro che venero torturate e uccise. Utilizzando le armi, le donne, invasero all’epoca un mondo prettamente maschile: fu per necessità e per una giusta causa. Le staffette percorrevano chilometri in bicicletta, a piedi, talvolta in corriera e in camion, pigiate in un treno insieme al bestiame, per portare notizie, armi e munizioni, sotto la pioggia e il vento, tra i bombardamenti e i mitragliamenti, a rischio ogni volta di cadere nelle mani dei nazifascisti. Quando l’unità partigiana si avvicinava a un centro abitato, era la staffetta ad entrare in paese per prima per assicurarsi che non vi fossero nemici e dare il via libera ai partigiani. La figura della staffetta fu il ruolo più riconosciuto per la pericolosità e l’importanza. Una delle staffette, medaglia d’oro al valor militare, è Carla Capponi, partigiana vice comandante di una formazione operante a Roma, tra gli organizzatori dell’attentato di Via Rasella, scomparsa nel 2000. Stefanina Moro,invece a soli 17 anni fu catturata e torturata a morte dai nazifascisti. Non diversa la sorte di Irma Bandiera, giovane bolognese che dopo aver aderito al Partito comunista, entrò nella Resistenza, assumendo il nome di battaglia “Mimma”. Il 7 agosto del 1944, a seguito dell’uccisone a Funo (bassa bolognese), da parte del Movimento di Liberazione, di un ufficiale tedesco e un comandante delle brigate nere, nella rappresaglia che ne seguì, fu arrestata, insieme ad altri due, e rinchiusa nelle scuole di San Giorgio, isolata dai compagni. Irma resistette alle torture, senza mai parlare, preservando così molti suoi compagni. La mattina del 14 agosto, una persona informò i parenti che il suo corpo inanimato si trovava sul selciato vicino allo stabilimento della ICO, fabbrica di materiale sanitario. “Mimma” venne lasciata in vista dagli aguzzini per una giornata, come disumano monito. Poi fu portata all’Istituto di Medicina Legale di via Irnerio, dove un custode, amico della Resistenza, scattò le foto del viso devastato dalle torture. Venne infine sepolta alla Certosa, accompagnata dai familiari e qualche amica. La federazione bolognese del PCI, il 4 settembre 1944 pubblicò un foglio stampato in clandestinità, nel quale si ricordava il senso altamente patriottico del sacrificio di Irma e si incitavano i bolognesi ad intensificare la lotta contro i nazifascisti. Nelle realtà geo-politiche create nel corso della guerra di liberazione, le donne coprirono anche ruoli istituzionali. È il caso di Gisella Floreanini, punto di riferimento per gli antifascisti italiani, prima donna in Italia a ricoprire un incarico governativo nella Repubblica partigiana dell’Ossola, tra il settembre e l’ottobre del 1944. Fu responsabile dei Gruppi di difesa della donna e le fu affidato l’incarico di Commissario all’assistenza e ai rapporti con le organizzazioni di massa della Repubblica dell’Ossola. Il suo contributo nei “40 giorni di libertà” della Repubblica divenne Presidente del Comitato per l’organizzazione delle donne. Alla fine del conflitto venne nominata componente della Consulta Nazionale e in seguito eletta deputata alla Camera. Un’altra donna che nella Resistenza ricoprì ruoli politici, fu Nilde Iotti. Giovanissima, seguì le orme del padre, morto quando lei era ancora adolescente, e si iscrisse al PCI (Partito comunista italiano). La sua prima funzione nella Resistenza, fu quella di porta-ordini, poi di responsabile dei gruppi di difesa della donna, essenziali nella raccolta di indumenti, medicinali, alimenti per i partigiani. Dopo il Referendum del 2 giugno 1946, Nilde Iotti fu eletta in Parlamento, prima come deputato e poi come membro dell’Assemblea Costituente e contribuì a creare l’articolo 3 della Costituzione italiana, in cui si sancisce l’uguaglianza dei cittadini. Ci duole aver menzionato solo pochissimi dei tanti esempi, ma riteniamo siano emblematici anche per tutte le altre donne a cui qui non abbiamo potuto dare spazio. Ci ripromettiamo di farlo, un giorno. Intanto ricordiamo sempre che, se oggi siamo liberi di pensare, agire e dire tutto ciò che vogliamo (sempre nell’altrui rispetto, s’intende, sebbene qualcuno tenda a fare molta confusione e parli a vanvera), è grazie a questi eroi che, per consentirci tutto questo, hanno dato la vita liberandoci dalla tirannia e regalandoci la democrazia, bene prezioso, da preservare con ogni mezzo. Ricordiamoci di non dimenticarlo: mai!

di Carina C.Graniero

La Liberazione ai tempi del Covid-19: siamo degni eredi dei partigiani?

Anche quest’anno è arrivato il 25 aprile, giorno in cui ricordiamo il lontano 1945, anno in cui l’Italia si liberò dal regime nazifascista. Sono ormai passati 75 anni.

La data fu fissata in modo definitivo con la legge n. 269 del maggio 1949, presentata da De Gasperi in Senato nel settembre 1948. Da allora, il 25 aprile è un giorno festivo, come le domeniche, il Primo Maggio, il giorno di Natale e la festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno.

Determinante per la Liberazione fu l’azione dei partigiani: combattenti armati che non facevano parte di alcun esercito, ma erano l’anima del movimento che si costituì in quel periodo, la Resistenza.

Partigiano è chi parteggia, chi si schiera da una determinata parte, chi si ribella a delle regole imposte, inseguendo un ideale, sostenendolo fino a mettere in crisi l’avversario, con l’insurrezione generale.

Possiamo definirci partigiani oggi? Siamo i degni eredi di Spartaco, della guerra partigiana spagnola ai tempi di Napoleone nel 1808, dei Briganti delle rivolte postunitarie, del partigiano Sandro Pertini, perseguitato per la sua lotta al fascismo, condannato ad otto mesi di carcere e in seguito costretto all’esilio in Francia?

Sicuramente, non si possono definire partigiani i ribelli denunciati in questi giorni, perché hanno violato le regole dettate dall’emergenza Covid-19. Siamo solo delle vittime da decenni di un sistema sbagliato, che ci ha privato della facoltà di esprimerci e ci ha resi deboli, ci ha “disarmati”, ci ha svuotati dello spirito dei nostri antenati partigiani.

Siamo in grado di ribellarci oggi, ignoranti di ciò che ci circonda, senza avere la facoltà di distinguere il bene dal male?

Il virus, come un invasore silenzioso, sta mietendo le sue vittime, mentre noi, già svuotati in passato, armati di spirito combattivo o meno, continuiamo a restare inermi, chiusi nelle “prigioni” delle nostre comode case.

Questo sistema, che oggi giustamente ci protegge dal “mal comune”, perché non ha altra scelta, allo stesso tempo, ci distrae da altri reali problemi che affliggono il Mondo come le guerra in Medio Oriente, la crisi economica arrivata a livello internazionale e la ribellione della Madre Terra che sta iniziando a farci pagare lo scotto per secoli di inquinamento selvaggio.

L’Italia vanta da sempre, l’apertura verso gli altri Stati: siamo il Paese famoso e orgoglioso di promuovere slogan a favore dell’accoglienza verso lo straniero, ma il nostro patriottismo dov’ è andato a finire?

Where is the Made in Italy?.

Si sarà “disciolto” nell’altra faccia della medaglia, dove la regola è “lucrare sempre e comunque”, avere un tornaconto da qualsiasi cosa si faccia, mentre, nel frattempo, la tristezza ci divora e la morte fa da protagonista da Nord a Sud.

Continuiamo pute a cantare “Bella ciao” ogni anno, ad unirci al coro del professore della “Casa di carta” che echeggia l’inno dal Set spagnolo, continuiamo pure a festeggiare questa ricorrenza, ma dentro noi dei partigiani, del loro spirito ideale, purtroppo non è rimasto nulla.

Non siamo in grado nemmeno di tenere unita l’Italia, di offrire un’informazione super partes e pulita. Iniziamo a ripulirci, non pensiamo solo alle pulizie di casa che già facciamo in modo maniacale da due mesi, ripuliamoci la coscienza nelle nostre “prigioni”, così ci lamenteremo anche meno per la noia e forse tra qualche anno, potremo finalmente rimediare agli errori e ribellarci davvero.

In vista della Fase 2, del prossimo 4 maggio: “Liberiamoci!”.

da Redazione 

Giovanni Capobianco Presidente provinciale ANPI Avellino: Senza le donne la Resistenza non ci sarebbe stata!

 

 Quest’anno la festa della Liberazione si celebra in maniera anomala…

Il coronavirus non ci consente assembramenti, ma l’ANPI ha chiesto che alle 15, da ogni finestra o balcone venisse diffusa Bella ciao e così è stato: l’Italia intera ha risposto bene. Non possiamo dimenticarci della data fondante della nostra Repubblica e della nostra Costituzione. Attraversiamo un periodo pericoloso, sia dal punto di vista sanitario, che per le sovrapposizioni fra i vari livelli dello Stato, che stanno minando i valori costituzionali e mettendo a rischio la democrazia e l’unità del Paese. Si assiste a un contrapporsi fra regioni, fra comuni e regioni, fra regioni e Stato. Non possiamo più rimanere indifferenti alle voglie di secessione delle regioni che si ritengono piccoli stati sovrani, come 20 piccole repubblichette delle banane o meglio, dei fichi d’india, come ebbe a dire anni fa, l’avvocato Giovanni Agnelli. Vincenzo De Luca, Presidente della Campania, vuole addirittura chiudere i confini, come se la regione fosse di sua proprietà, una contea feudale. Non può farlo, come gli ha magistralmente spiegato il professor Villone (la Repubblica, 20 aprile, pag. 13 edizione campana).

Per non parlare del post coronavirus, se ci sarà a breve, un post…

La fase economica che ci aspetta, una volta passata la buriana del coronavirus, secondo gli economisti, sarà dolorosa, unica nel suo genere e terribile per cittadini, imprese, lavoratori pubblici e privati, artigiani, commercianti, pensionati, lavoratori in nero, precari e stagionali. Di fronte a questa assai probabile tragedia economica, serve l’unità del Paese. Le forze politiche in primo luogo, il sindacato, il volontariato, le competenze di ogni settore, le imprese piccole e grandi, la scuola e l’università, il mondo delle professioni ,i cittadini tutti, dovranno dare il loro contributo. Si dovrà iniziare applicando la Costituzione nei suoi valori di solidarietà, non disattendendola come, purtroppo, è stato fatto molto spesso da quando è in vigore, danneggiando molti e favorendo pochi.

Com’è stata la Liberazione in Provincia di Avellino?

In Provincia ci sono stati almeno 12 massacri perpetrati dai nazisti, 3 dei quali ad Ariano, anche se si cerca di negarlo. Tra i partigiani irpini, Armando Li Pizzi, anch’egli nato ad Ariano nel 1924 e massacrato in provincia di Cuneo dai nazisti, nel marzo del 1944, assieme ad un suo coetaneo di Bisaccia e altri 8 partigiani. Un altro partigiano originario di Avellino, Guastino Modestino, aiutò i partigiani a Calcinate (Brescia), ma i fascisti lo massacrarono e lo evirarono, finché non morì. Vittorio Grappone, originario di Paternopoli, era un carrista che morì in Istria. Era passato con la resistenza jugoslava: il suo carro fu colpito dai tedeschi e si ritrovò le braccia da una parte e la testa dall’altra. Meglio è andata al partigiano Rodolfo De Rosa, vivente, che nel 1944, dopo essere stato arrestato, grazie al direttore del carcere di Avellino di allora, Santangelo, scappò assieme ad altri, prima che li deportassero nei campi di concentramento. Rodolfo oggi ha 92 anni e va a raccontare la sua storia nelle scuole. A Castel Baronia fu internato Esusebio Giambone, dirigente comunista torinese, che aveva contribuito alla creazione della rete organizzativa militare della Resistenza di Torino. Affrontò con coraggio interrogatori e processo, rivendicando il diritto di battersi per la libertà, prima di essere fucilato, insieme ad altri 7 compagni di lotta, presso le Carceri nuove di Torino. Dal carcere scrisse alla moglie Luisa e alla figlia Gisella, due significative lettere, che in seguito (1952) sarebbero state pubblicate nel volume: Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Sua figlia, dopo l’esecuzione di Eusebio, si arruolò come staffetta partigiana, e oggi è cittadina onoraria di Castel Baronia. Gli unici ricordi che ha del padre, sono la medaglia d’oro al valore e il suo cappotto, bucato dalle pallottole.

Qual è oggi il ruolo dell’ANPI?

L’Associazione Nazionale Partigiani non ha il ruolo di una semplice testimonianza del passato. Serve a preservare la memoria soprattutto per i più giovani, che dovrebbero imparare la storia per capire da dove veniamo e che futuro costruire. Il ruolo dell’ANPI è difendere e far conoscere la Costituzione, perché è quanto di meglio i partigiani ci hanno lasciato, un modo di onorare sul serio la loro memoria. Giovani, vecchi, anziani, donne e uomini, devono lottare per lei: nella Costituzione c’è la libertà che ci è stata regalata col sacrificio dei partigiani, ma non è assodata per sempre, come già diceva Pertini: bisogna lottare ogni giorno per preservarla. L’ANPI deve inoltre intervenire anche sulle grandi tragedie del Paese come in questo momento, anche facendo proposte per migliorare la società.

Cosa rispondere a coloro che tentano il revisionismo storico?

Nelleguerre c’è chi sta dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. Questi ultimi cercano di rinnegare la Resistenza, la lotta partigiana, i sacrifici per la libertà, di coloro, che oppressi, erano dalla parte giusta. Con tutto il rispetto per i morti, c’è chi è morto stando dalla parte giusta, ribellandosi ai soprusi e chi da quella sbagliata, perché li ha commessi. È un tentativo per annacquare il ricordo della Resistenza per cercare di sminuire i valori trascritti nella Costituzione: pericoloso! Ecco perché insisto nel dire ai ragazzi di leggere la Costituzione, il bene più prezioso lasciatoci dalla Liberazione, che fu anche lotta di classe, in particolare delle donne, che volevano emanciparsi dalla subordinazione al maschio in cui il fascismo le aveva relegate. Per ogni partigiano c’erano 4-5 fiancheggiatori, o meglio le fiancheggiatrici,:erano loro che provvedevano a tutto, dalla logistica, al portare le armi e da mangiare, gestivano le retrovie. Erano circa 300 mila: la Resistenza senza le donne non sarebbe stata possibile!

Come nasce Bella Ciao?

Bella ciao veniva cantata in particolare nel Mezzogiorno, al nord si cantava Fischia il Vento: man mano che gli Alleati risalivano la penisola, si diffuse in tutta l’Italia e divenne assieme a quello e ad altre, come Dalle belle città date al nemico, a La Brigata Garibaldi, anche al Nord l’inno alla libertà. Una libertà conquistata con sacrifici, sangue e morte. È questo il suo significato nella nostra storia, ed è ormai l’inno nazionale del mondo intero, alla libertà e alla democrazia.

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