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GREEN DEAL – SOLITA MANOVRA?

Federico Barbieri

Pubblicato

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Il ministero della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha posto la sua firma su sette decreti di Valutazione di impatto ambientale (VIA) che riguardano altrettanti rinnovi di concessioni, progetti di messa in produzione di pozzi e di perforazione, sia su piattaforma sia on-shore.

Decreti che hanno originato l’indignazione di associazioni ambientaliste e di esponenti politici.

I provvedimenti nulla hanno a che vedere con la Transizione ecologica, sebbene legittimi per due ragioni. Il primo: questi decreti non rappresentano un via libera definitivo, ma solo un’autorizzazione intermedia. Quindi non sarebbero titoli minerari.

Il secondo: la moratoria sino al 30 settembre, termine entro cui dovrà essere approvato il PITESAI (Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee) sospende i nuovi permessi per la ricerca e la prospezione di idrocarburi ma consente ai procedimenti amministrativi di andare avanti (VIA) comprese).

Il blocco delle nuove concessioni, dunque, vale sino all’approvazione del nuovo PITESAI, così come concordato e previsto nel Decreto ‘’Milleproroghe’’ di febbraio 2021.

Induce riflessioni, però, la firma del Ministro ai sette decreti perché questi decreti di Via non avrebbero alcun valore se le relative aree di interesse dovessero risultare non idonee nel PITESAI. Rappresenta, per alcuni parlamentari anche di maggioranza, un passo nella direzione delle trivellazioni, surclassando la transizione ecologica.

Anche il ministro della Cultura Dario Franceschini ha apposto la sua firma sui decreti che, ricordiamo, riguardano le Valutazioni impatto ambientale relative al rinnovo delle concessioni minerarie ‘Barigazzo’ e ‘Vetta’, entrambe in Emilia Romagna, per la coltivazione di idrocarburi gassosi; i progetti di messa in produzione del pozzo a gas naturale ‘Podere Maiar 1dir’ (nell’ambito della concessione di coltivazione ‘Selva Malvezzi’) sempre in Emilia Romagna; del giacimento per la coltivazione di idrocarburi ‘Teodorico’, fra l’Emilia Romagna e il Veneto; i progetti di perforazione, nell’ambito di concessioni di coltivazione di petrolio e gas (già esistenti), del pozzo ‘Calipso 5 Dir’ nelle Marche, del pozzo ‘Donata 4 Dir’, fra Marche e Abruzzo e del pozzo esplorativo Lince, in Sicilia.

In realtà, a dire delle Associazioni ambientaliste, si tratterà di creazione di nuove piattaforme, esempio il pozzo ‘Calipso 5 Dir’, che Eni vorrebbe scavare al largo di Ancona.

L’aspetto più evidente è la poca chiarezza; le firme dei Ministri Cingolani e Franceschini, giustificate dalla apparente integrazione di autorizzazioni non scadute, creano pericoloso precedente concretizzato in questa fase di ‘’sospensione’’.

Cosa bisogna aspettarsi nei prossimi mesi?

Contro i decreti di Via si possono presentare ricorsi davanti al Tar.

Dopo settembre 2021 ci sarà il PITESAI, il nuovo piano, che dovrà indicare quali sono le aree dove non è più possibile fare ricerca, né trivellare e per quelle non ci sarà più nulla da fare. Nemmeno se le concessioni sono già in essere. I No-Triv chiedono la proibizione di nuove trivellazioni e il divieto di utilizzo di strumenti ad aria compressa (air gun) anche nelle aree che il Piano dovessi indicare idonee. Alla Camera risulta presentata proposta di legge in tal senso.

Enrico Gagliano, co-portavoce del Coordinamento Nazionale No Triv, in un’intervista a ‘ilfattoquotidiano.it’ “le proroghe di un bel numero di concessioni Eni non sono state neppure sfiorate da alcuna sospensione. Nove di queste proroghe hanno decorrenza retroattiva, cioè vanno a prorogare oggi titoli già scaduti anche nel 2017’’.

Un meccanismo delle proroghe automatiche che nessun Governo ha voluto abrogare.

Alcune si collocano nell’off-shore ravennate e saranno parte integrante del progetto Eni per la produzione di idrogeno blu destinato all’area industriale di Ravenna.

L’europarlamentare dei Verdi Eleonora Evi ha rivolto alla Commissione europea un’interrogazione parlamentare, chiedendo se l’eventuale ritorno delle trivelle fosse compatibile con gli obiettivi del Green Deal, anche in considerazione di eventuali pericoli per l’ambiente marino. La risposta della Commissione: i combustibili fossili, compreso il gas, non fanno parte del futuro energetico dell’Ue e che le attività a esse legate vanno ridotte, lasciando spazio a fonti energetiche compatibili con gli obiettivi climatici e con il Green Deal europeo.

Senza allarmismi ci chiediamo: il territorio Irpino ha da temere?

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