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Floriana Mastandrea :”Figlia, uno status negato e da 10 anni alla ricerca della giustizia”

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Floriana Mastandrea, giornalista, scrittrice e autrice, ripercorre le tappe della sua vita nel ricordo della scomparsa della madre avvenuta 10 anni fa.

Ricordando mia madre: quando il tradimento è imperdonabile.

Alle 14 del 15 luglio 2009 Angelina Mastandrea, mia madre, esalò l’ultimo respiro, tra le lacrime, quelle che dalla mattina si erano sostituite alle parole angosciate della notte precedente, pronunciate a me e alla badante, sconvolta dagli ultimi avvenimenti a cui era stata sottoposta. Non aveva ancora sessantasette anni e si chiudeva in maniera crudele una vita che non le aveva risparmiato infelicità. Accanto a lei c’ero solo io a tenerle la mano e a tentare di “consolarla”, ma ero a mia volta avvilita, non solo per le sue sofferenze fisiche e psichiche, di fronte alle quali ero impotente, ma per il tradimento inaudito impostole persino in fin di vita. Non dimenticherò mai sul suo volto, l’espressione disperata di chi, abituata a credere di gestire tutto, ha lasciato conti sospesi e troppo tardi ha capito l’amara verità. Nemmeno l’ultimo desiderio, mio fratello e sua moglie le avevano concesso di esaudire: voleva dividere i suoi numerosi gioielli e l’argenteria più preziosa tra me e la nuora, ma le avevano trafugato le chiavi delle due casseforti. Non si erano limitati a quello: un piano ben più ampio e articolato era stato progettato fin dalla scoperta della sua malattia, nell’obiettivo di estromettermi dalla sua cospicua eredità. Nel 2008, mia madre aveva scoperto una carcinosi peritoneale: mio fratello Roberto Sampietro e la moglie, Cecilia Majello approfittando che vivessi e lavorassi a Roma, mentre loro abitavano in una villa a pochi passi da quella di Angelina, beneficiando di una serie di privilegi, decisero di occuparsi di lei in maniera quasi esclusiva. E io, che di loro mi fidavo, non ebbi nulla da obiettare, se non chiedere di essere sempre messa al corrente di ciò che accadeva, mettendomi a disposizione per ogni eventualità. Per un quadro più chiaro della drammatica storia, è necessario però compiere un excursus nella vita travagliata di mia madre, che inevitabilmente si è riversata anche su quelli che le stavano intorno, a partire da noi figli. L’infelicità non può essere compensata dai beni materiali: unici rimedi validi, dovrebbero essere amore e comprensione, ma non sempre lo si comprende per tempo. Angelina mi partorì a Ischia in un istituto per ragazze madri nel 1962. Diciannovenne e orfana di madre, lasciata a se stessa, fu costretta, pur essendo una brillante studentessa, ad abbandonare gli studi liceali. All’epoca, per una donna non sposata, attendere un bambino era uno scandalo, in un contesto a stretto controllo sociale come Ariano Irpino (AV). Mi riconobbe solo a cinque mesi dalla nascita e a novembre, viste le difficili condizioni di vita e lavoro di cucitrice, presso la ricca zia a San Giuseppe Vesuviano, mi affidò a suo fratello Nicola e alla moglie Pasqualina, agricoltori. Nel febbraio del 1963 emigrò per lavoro. Si recò presso una famiglia benestante in Svizzera, dove cominciò a lavorare, ma presto mio padre naturale, Claudio Sampietro, la costrinse a rientrare con lui. Nel ’65 nacque mio fratello (riconosciuto da mio padre a tre anni, io mai, tanto che, su insistenza di mia madre, nel 2007 gli intentai causa, per poi ritirarla quando lei morì); nell’80 Angelina e Claudio, nonostante un rapporto costantemente tra alti e bassi, si sposarono, vivendo poco dopo, come separati in casa. Si separarono legalmente nel 2002 e divorziarono nel 2006 (nell’atto si legge che dalla loro unione, eravamo nati mio fratello e io). Negli anni Settanta, grazie alle ricostruzioni post terremoto, mio padre, geometra (e in seguito imprenditore), era riuscito a rendere floride le sue condizioni economiche, così insistette insieme a mia madre, perché nonostante l’adozione (ma in realtà non avevo mai smesso di frequentare i miei genitori naturali, chiamandoli papà e mamma), avvenuta quando avevo superato i 9 anni, lasciassi gli zii-genitori adottivi, per vivere con loro: avevo ormai 15 anni. Fu una scelta lacerante, durante la quale tentai anche il suicidio, e infine, optai per la famiglia naturale, dove trovai l’inferno: mio padre (incallito dongiovanni) e mia madre (inquieta e sospettosa) non facevano che litigare, io venivo trattata con sufficienza e mio fratello, anche perché maschio, privilegiato e coccolato. Fu nel periodo della maturità che scoprii per caso, di essere stata adottata dagli zii, ma non sapevo con che tipo di adozione: era un argomento tabù sia per i miei genitori che per i miei zii, ma rimanevo pur sempre Mastandrea come mia madre e, nonostante mi percepissi un po’ figlia di un dio minore, me lo facevo bastare! Avrei scoperto dopo, ormai maggiorenne, che quel cognome era di mio zio e solo di recente, che quell’adozione (L. 431/67) era abnorme e mostruosa, priva dei requisiti per attuarla, in primis lo stato di abbandono: un’altra lunga storia… A 21 anni, era il 1983, andai via di casa per lavorare a S. Giuseppe Vesuviano, dalla stessa prozia che vent’anni prima, aveva ospitato mia madre. Poco dopo, anche a seguito delle insistenze di mio padre, incontrato in agosto all’isola d’Elba col suo yacht in compagnia di un’amica (allorquando mi aveva chiesto di tornare ad Ariano, dove mi avrebbe dato un appartamento per studiare, ma non mantenne l’impegno), ripresi i rapporti con mia madre, talvolta competitiva, altre protettiva, comunque sempre alquanto tormentata. Intanto, tra molti sacrifici, studiavo all’università, lavoravo saltuariamente e vivevo da sola, finché nel 1986 non mi laureai e cominciai a lavorare con i media. All’inizio degli anni Novanta emigrai a Roma, dove avevo cominciato a lavorare con la Rai. Dopo la scoperta della carcinosi peritoneale, a cui nel luglio 2008 seguì l’operazione al San Raffaele di Milano, le condizioni di mia madre sembrarono stabilizzarsi, con una buona aspettativa di vita, o almeno così mi fu detto. Quando a fine febbraio 2009, dopo un inutile ricovero presso il locale ospedale di Ariano, su mia insistenza, venne portata a Roma, mia madre mi confessò tra le lacrime: “So di non essere stata una buona madre, ti chiedo perdono, anche per tutto il tempo in cui non mi sono occupata di te”, e i nostri rapporti ne giovarono di nuova linfa. Ci amavamo, lo sapevamo entrambe, ma per carattere e pudore, difficilmente riuscivamo a dircelo apertamente, sebbene ce lo comunicassimo in varie forme, come facendoci dei regali. Prim’ancora che Angelina fosse trasferita in ambulanza e ricoverata a Roma, a febbraio 2009 mio fratello, che già nel compilare la cartella dell’anamnesi aveva scritto che nostra madre aveva un solo figlio, lui, si era procurato illegalmente (dal Comune di Ariano, che se li era fatti inviare da Ischia), i documenti sulla mia adozione e l’estratto dell’atto di nascita, documenti sensibili che avrebbe potuto ottenere solo su autorizzazione di un giudice. Il 15 aprile 2009, mia madre, lacerata dai sensi di colpa per aver ceduto alle sue insistenze, lasciandomi adottare dal fratello, e col grosso cruccio del mancato riconoscimento di mio padre naturale (che intanto si era creato una nuova famiglia), nonché preoccupata per la situazione che avrebbe potuto determinarsi dopo la sua morte, nell’intento di creare condizioni di pari dignità, redasse di suo pugno un testamento in cui mi riconosceva di nuovo. Dichiarava inoltre che “il suo ex marito, Claudio Sampietro, era mio padre e lo autorizzava a riconoscermi”. “Usalo dopo la mia morte per far assumere a tuo padre le sue responsabilità, mi raccomandò – e qualora tuo fratello dovesse mettersi la coscienza sotto i piedi, ma non credo che lo farebbe mai, me lo ha promesso, rispetterà le mie volontà, sa bene che sei sua sorella e come tale ti tratterà!”. Non intendeva fare nessun testamento per i beni materiali, confidando che quanto ci aveva comunicato verbalmente venisse rispettato. Ai primi di luglio, seppi dalla badante che mia madre improvvisamente si era aggravata, e così domenica 5, telefonai alla villa e avvertii che sarei arrivata martedì 7 in pomeriggio. La mattina del 7, allorquando da Roma mi apprestavo a partire per Ariano, mio fratello portò a mia madre, stordita dagli oppiacei (che la nuora stessa, autodelegatasi con insistenza fin dall’inizio ad assisterla, le iniettava costantemente) la notaia Luisa Romei, e, nonostante le rimostranze delle amiche presenti, le fecero firmare un testamento in cui mio fratello si proclamava “unico erede universale” e io venivo inserita come “signorina legataria” e non come figlia naturale. Quel testamento, che aveva sempre detto di non voler fare, era ben diverso dalle volontà comunicate a me, ad alcuni parenti e alle amiche più care, le quali, chiamate in causa, insieme alla stessa badante, si rifiutarono di firmare come testimoni, precisando alla notaia che ero la figlia! La notaia per tutta risposta, le zittì (“i testimoni non possono parlare!”). Mio fratello allora, “utilizzò” come testimoni due suoi dipendenti. Quella sera, giunta alla villa, trovai un’atmosfera spettrale: sparite le chiavi del portone principale, quelle della stanza guardaroba che utilizzavo io (mia madre vi conservava pellicce, cappotti, vestiario, scarpe e borse firmate) e delle vetrinette dell’argenteria; il telefono da cui era inseparabile e persino un campanellino, allontanati dal suo comodino. Mia madre inerte a letto, stravolta nei tratti, stentò persino a riconoscermi! Il 13 luglio, di ritorno dall’ospedale di Ariano, dove l’avevo accompagnata per una crisi respiratoria, e le avevano diagnosticato poco tempo di vita, mia madre chiese alla nuora dove fossero finite le chiavi delle due casseforti, ma questa scaricò sul marito, in quel momento fuori Ariano. Quando la sera tardi mio fratello rientrò, promise a nostra madre che la mattina dopo le avrebbe riportate. Il 14 luglio, poco dopo le 6, qualcuno salì le scale in maniera felpata, mentre io, che ero stata sveglia pressoché l’intera notte per assisterla, ero accanto a mia madre. Entrò senza salutare e si andò a sedere sulla sponda destra del letto: mia madre inerte (da giorni non riusciva più a girarsi) e con voce flebile, chiese chi fosse. Era la nuora, che arrabbiata, proferì un buongiorno. Subito dopo mi intimò di uscire dalla stanza perché voleva rimanere sola con mia madre. Mentre mi chiedevo che cosa intendesse fare, e guardavo mia madre confusa, mi si scagliò contro afferrandomi per il braccio sinistro e cominciò a spingermi con forza verso l’uscio. Io resistetti, tanto che mi infilò le unghie nel braccio e nella colluttazione che ne seguì, scucii di netto una pantofola. Mia madre emetteva grida soffocate, sconvolta! “Fuori di qui”, continuava a gridare Majello, finché non intervenne anche il mio compagno, Aleandro Longhi, a dividerci. Ero allibita: colei che avevo trattato sempre da sorella, portandole regali da ogni viaggio e per ogni occasione, colei alla quale avevamo aperto la casa e i nostri cuori, che avevamo sempre trattato bene, considerandola di famiglia, stava cercando di cacciarmi dalla camera di mia madre e perché poi? Cosa c’era dietro? Un progetto che non conoscevo? Perché, soprattutto, creare ulteriore sofferenza a una donna in fin di vita, sottoponendola a uno scenario così straziante? In realtà, segnali inquietanti, sia da lei sia da mio fratello, erano già trapelati nei mesi e nei giorni precedenti, ma non immaginavo che sarebbero arrivati a fare tutto ciò che nel tempo, tra testimonianze, documenti e ricostruzioni, sarei arrivata a scoprire: un vero e proprio piano criminale! In pomeriggio andai a denunciarla alla Polizia, oltre che per l’aggressione, per il furto delle chiavi delle casseforti, aggiungendo nella denuncia, mio fratello e la notaia per il testamento falso.

La sera del 15 luglio, a poche ore dalla morte di mia madre, mio fratello, la moglie e amici andarono a cena (e il giorno dopo, a pranzo) in un noto ristorante arianese, mentre io e il mio compagno, ricevevamo alla villa fino a tardi il cordoglio della gente. La sera del funerale di mia madre (16/7), mi trovavo da parenti, quando Majello mi minacciò sul cellulare: “Non tornare più qui, io ho un testamento!”. Quando rientrammo alla villa, era stato violato il domicilio del mini appartamento presso cui io e Aleandro alloggiavamo, le nostre cose gettate nei borsoni alla rinfusa. Quando nel pomeriggio del 17 luglio io e mio fratello ci incontrammo presso il suo ufficio, per trovare un accordo sul da farsi, mi propose di prendere tutti i gioielli di nostra madre, ma gli precisai che mi sarei accontentata di dividerli a metà, così come lei avrebbe desiderato. Quella divisione però, non fu mai fatta: si guardarono bene dal restituire le chiavi delle casseforti. Il 21 luglio mio fratello, indifferente all’elaborazione del lutto che mi aveva colpito, alle 17 inviò il suo avvocato, la moglie e la suocera, a cacciarmi, insieme ad Aleandro, dalla villa di nostra madre, esibendo il testamento, quello stesso che poche ore prima, quando l’avevo richiesto io, la notaia si era rifiutata di pubblicare. Due giorni dopo (23 luglio), ancora alla presenza dell’avvocato, della moglie e più defilata, di mio fratello, la mattina lasciai la casa di mia madre. Mio fratello e famiglia, il 24 partirono per una vacanza a Parigi. A un anno dalla morte (15/07/2010), pubblicai un manifesto commemorativo di mia madre a nome mio e quello degli zii- genitori-adottivi, cosicché Majello andò a redarguire la titolare delle onoranze funebri: “Come si è permessa di pubblicarlo, quella non è la figlia!”. La denunciai per diffamazione, ma il procedimento fu archiviato (dalla stessa giudice che aveva acconsentito all’apposizione dei sigilli: ora “non ero più figlia di mia madre perché adottata”!). A febbraio 2014, il rinvio a giudizio per Sampietro, Majello e Romei: dopo 10 udienze in tre anni, un’assoluzione dubitativa in I grado per la notaia e mio fratello e la condanna della moglie a 3 mesi, 300 € di multa e il pagamento delle spese processuali. La Corte d’Appello di Napoli il 9 ottobre 2018, dopo 9 lunghi anni e 3 mesi dalla mia prima denuncia, ha ribaltato la sentenza, condannando Roberto Sampietro a 3 anni e 2 mesi, la notaia Luisa Romei a 2 anni e 3 mesi di carcere, mentre Cecilia Majello è stata prescrittta (ma non prosciolta) per il reato di aggressione, con la conferma delle statuizioni di I grado. Disposto altresì il trasferimento degli atti alla Procura di Benevento per i testimoni del testamento dichiarato falso, Mauro Garofalo ed Emma Orlando. Nel ricorso che i condannati hanno proposto in Cassazione, molti pretesti, uno su tutti, la mia adozione: non mi darebbe diritto alla costituzione di Parte civile, né all’eredità, non comprendendo che per me questo riveste poca importanza. Chiunque, anche un estraneo, se avesse assistito a ciò che è stato fatto a mia madre, avrebbe potuto denunciare. Mi sta a cuore un principio morale, mi chiedo: si può fare a una madre e poi a una sorella tutto questo? E in nome di cosa? Dell’avidità, del dio denaro? Si può, dopo aver creato sofferenza a una madre, maltrattato, cacciato di casa, rinnegato persino una sorella, dopo averle sconvolto la vita, pensare che costei non reagisca, non chieda giustizia? Si può speculare sull’ingiustizia che già hanno propinato dei genitori inadeguati, per svariate circostanze a una figlia? E per di più, cinicamente, senza pentimento? Sono trascorsi 10 lunghi anni di fatica, sofferenza e ricordi indelebili di mia madre, che mai cancellerò: il mio animo è segnato per sempre dalle gratuite cattiverie che sono state propinate a lei indifesa e a me, che nulla avevo mai fatto per meritarmelo, oltre al vergognoso tentativo di annientamento del mio status di figlia. Il mio unico torto è stato dare fiducia ed essere generosa, come nel mio carattere, con coloro che ritenevo di famiglia. Ci sono tradimenti talvolta perdonabili, se seguiti da un pentimento o una presa di coscienza, ma se se così non è, di perdonabile non c’è nulla, né si può dimenticare. Il danno morale che ne è derivato è incommensurabile, impossibile da risarcire. La giustizia è farraginosa, faticosa, talvolta imprecisa, garantista per chi delinque, lenta, ma necessaria, ed è in nome della giustizia che sto lavorando, soffrendo e resistendo: per me e per la mia amata e bistrattata madre.

Floriana Mastandrea

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