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AIFF 2019 – Floriana Mastandrea intervista Pino Ammendola : “Solo la cultura potrà salvarci”

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AIFF 2019 – Incontro con Pino Ammendola, autore del film A.N.I.M.A.

In politica non si può stare attenti alle conseguenze, altrimenti non si farebbe più niente, si giustifica il protagonista di A.N.I.M.A., l’ultimo film interpretato, scritto e diretto da Pino Ammendola con Rosario Montesanti. Intervenuto all’Ariano International Film Festival, Pino Ammendola, eclettico attore e autore teatrale e cinematografico, ha sottolineato il suo legame con il territorio arianese per ricordi d’infanzia: suo padre, sfollato da Napoli, con la nonna, durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, visse per un periodo ad Ariano da parenti. L’industria cinematografica, un tempo potentissima, – ha sottolineato – oggi soffre, e il fatto che ci sia un festival che sta crescendo e diventando sempre più internazionale, è un lodevole esempio di resistenza culturale. Se poi aggiungiamo che l’iniziativa viene dal Sud, terra che si muove, è un ulteriore motivo di orgoglio.

Come nasce A.N.I.M.A.?                                                                                                                                                                   È l’acronimo di Atassia neuroipofisaria monolaterale acuta, malattia immaginaria, ma credibile, secondo i miei amici medici, da cui è affetto Anio Modòr, il parlamentare che, a causa di un’accesa discussione con qualcuno del partito, finisce in coma. Durante lo stato comatoso, l’onorevole si ritrova in una zona nera: nel Dakota di Casablanca, viene costretto dagli steward a vedere sui monitor le conseguenze delle sue azioni, che lui fino a quel momento ha candidamente ritenuto ininfluenti. Fondamentalmente non è una cattiva persona, quanto piuttosto un Don Abbondio, che ha cercato di trovare a modo suo l’equilibrio con dei piccoli compromessi,senza mai denunciare ciò che non andava, senza mai troppo sbilanciarsi: non ha mai avuto a che fare con la giustizia, non è mai stato indagato. Le sue azioni invece, non solo non sono state scevre da conseguenze, ma talvolta, hanno avuto sulla vita altrui effetti persino drammatici. Scappato dall’ aereo, sarà costretto a prendere coscienza di fronte a se stesso bambino di 8 anni, quando era bravo e avrebbe agito in base a sani principi, finché non si ritroverà davanti a un tribunale, che non riconosce, il quale lo condanna a essere giudicato da un essere superiore. Il film vuol essere uno stimolo alla riflessione sui nostri tempi, caratterizzati dallo smarrimento dei valori. Io come Sherazade, credo che chi ha una buona storia da raccontare ha salva la vita: questo è il mio mestiere. Volevo raccontare qualcosa che fosse urgente in questo momento storico. In tempi in cui si è smarrita, il mio è un film incentrato sul senso della responsabilità individuale. Ho preso a pretesto il politico, uno dei ruoli che comporta responsabilità maggiori rispetto a chi ne ricopre altri : il suo operato si riversa su una moltitudine di persone. Ma la questione etica e morale si può, si deve, estendere a chiunque.            Come superare questi tempi bui?                                                                                                                                                                    Da ragazzo mi è stato raccontato un aneddoto: un mio zio nel periodo fascista, andò a trovare Benedetto Croce che insegnava all’università e gli chiese cosa fare contro il fascismo. Croce gli rispose: uagliù, studiate, studiate! Per uscire da questo periodo medievale è necessario studiare, recuperare il valore della cultura e i valori veri, direi della frugalità. Io sono un uomo ricco, poiché non ho bisogno, non devo comprar nulla, forse ho bisogno dei viaggi, ma ho più camicie di quelle che potrò indossare in tutta la mia vita. Un tempo eravamo attenti al risparmio, parchi, non buttavamo inutilmente, non sprecavamo, ora pare che tutto ciò che abbiamo non basti mai, pare ci sia sempre bisogno di cose nuove! Un tempo c’era grande rispetto per ogni cosa, oggi si è perso, tutto è sostituibile, tutto si può buttare, persino i valori valgono poco. Io ho una visione progressista del mondo, trovo che la misura dell’intelligenza sia l’elasticità, la capacità di adattarsi al diverso, al nuovo, ma la perdita del senso del collante sociale, del rispetto dei valori, ci ha contaminati anche moralmente. Un tempo eravamo attenti ai bisogni altrui, capaci di esser ospitali, ma lo stiamo perdendo: finiremo come quei popoli che vedono uno morto a terra e lo scavalcano. Bisogna recuperare il senso della solidarietà.

Cosa dà maggior soddisfazione tra teatro e cinema?                                                                                                                                 Quando faccio teatro ho la percezione di star facendo il mio vero lavoro, forse perché il teatro produce una fatica, una tensione: tutto si compie in quell’istante, non potrà essere replicato, quella caducità lo rende magico e in un certo senso, gli dà una sua forma di eternità. Il cinema, che al contrario del teatro, può essere ripetuto, ha in sé una vera eternità. Ho partecipato a un film, Operazione San Gennaro, con Manfredi e Senta Berger, che rimarrà nella storia del cinema e, anche se ero quindicenne e il mio ruolo era microscopico, quel tempo rimarrà fissato per sempre lì.                                                                                                                                Il ricordo di Totò?                                                                                                                                                                          Con l’altro ragazzino che partecipava al film, ho potuto guardare da vicino un mito: ricordo che fumava lentamente una sigaretta, in maniera antica, aspirando e sollevando il capo, seduto con la moglie, Franca Faldini, ma non ci degnava di nessuna attenzione.                       Progetti in corso?                                                                                                                                                                       A Praga replicano per tutto l’anno un mio testo dell’anno scorso, nei teatri romani, altri tre miei testi: al Teatro Roma, Uomini targati Eva, al Manzoni, I tre moschettieri, al Teatro Ghione, Orgasmo e pregiudizio. Al cinema invece, sto per girare un film americano,The big other, in cui avrò un piccolo ruolo e reciterò in inglese, opportunità che mi immette in un panorama internazionale. All’Auditorium il 12 ottobre, Todo cambia, viaggio intimo con Mercedes Sosa, uno spettacolo per i 10 anni dalla morte della cantautrice argentina, di cui sono autore e regista. C’è un altro testo su Monna Lisa, che sarà in giro e un testo su Dalida, Avec le temps, che ha avuto 500 repliche in giro per il mondo.

E scarpe diem?                                                                                                                                                                                         Continuano anche le presentazioni del mio libro, Scarpe diem, storie di scarpe straordinarie. Sono 7 racconti in cui le scarpe sono protagoniste, un modo per guardare la realtà da una particolare angolatura. Da buon napoletano, sono un feticista della scarpa: per me la scarpa è uno strumento per leggere la persona che ho di fronte. Le scarpe sono le macchine con cui facciamo il nostro viaggio quotidiano, un elemento di separazione dal pianeta e insieme un momento di contatto col pianeta. La scarpa è l’unico elemento della moda che coniuga una capacità funzionale e una capacità estetica, è uno degli abiti che racconta di più.

Floriana Mastandrea

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